Il documentario “The Seoul Guardians” nasce da un’esperienza diretta e da una profonda urgenza di testimonianza, ma si inerroga anche sul rapporto tra memoria, etica e rappresentazione cinematografica. Dalle scelte di montaggio alla ricezione internazionale dell’opera, emerge il tentativo di trasformare una vicenda coreana in un racconto capace di parlare anche a un pubblico globale.
Come giornalista lavorava all’interno della MBC durante gli eventi originali, in che modo la sua vicinanza alla storia ha influenzato le decisioni etiche che ha preso durante le riprese e, successivamente, nel montaggio del materiale?
Sì, il fatto di essere stato lì mi ha permesso di ricordare ogni singolo aspetto di quella notte. Questo mi è stato di grande aiuto nel restituire ciò che si è vissuto e nel descriverlo nel modo più giusto possibile. Allo stesso tempo, però, ero consapevole che avrei potuto raccontare questa storia anche in modo molto personale, secondo la mia sensibilità.
Cone giornalista, sono stato formato a mantenere una certa distanza, anche quando sento il desiderio di esprimere qualcosa di più coinvolgente o soggettivo. In questo senso, la mia esperienza diretta è stata utile, ma credo che il documentario si collochi anche in una forma di giornalismo, pur essendo cinema. Forse potremmo definirlo una sorta di “nuovo giornalismo”: una forma narrativa in cui una persona vive un evento, lo osserva, lo racconta ma allo stesso tempo lo attraversa in prima persona.
Questo può avere una forza maggiore sul pubblico. Tuttavia, per me era fondamentale mantenere dei principi etici, proprio come mi è stato insegnato nel mio percorso da giornalista.
Considerando la risposta dei Festival Internazionali a “The Seoul Guardians”, vede il documentario più come una testimonianza storica della Corea del Sud, oppure come un monito universale sulla fragilità della democrazia oggi?
Permettetemi di essere sincero: festival come Rotterdam e Udine rappresentano per noi il secondo circuito internazionale, e siamo rimasti profondamente colpiti dalla risposta del pubblico. Non ci aspettavamo un’accoglienza così intensa. Credo, però, che partendo da una storia personale, cioè da una storia profondamente coreana, abbiamo scoperto che essa può entrare in risonanza con moltissime persone nel mondo. Attraverso questo percorso stiamo anche imparando, in un certo senso, a comprendere e raccontare le storie di altri Paesi.
Quello che ho imparato qui in Italia non riguarda soltanto la politica, ma anche il cibo, il vino, la cultura e le persone. Per questo direi che lo scopo del documentario non era semplicemente “arrivare a un pubblico globale”, ma affermare prima di tutto l’importanza, per noi, di raccontare questa storia. Eppure, proprio grazie al viaggio del documentario, stiamo imparando cose nuove. Spero che in futuro potremo continuare a incontrare persone di tutto il mondo disposte a farci conoscere le loro storie e le loro esperienze.
Come ha deciso cosa includere e cosa lasciare fuori, sapendo che ogni scelta avrebbe influenzato la memoria collettiva di quegli eventi?
Nel nostro documentario si può vedere che in Corea del Sud sono già stati realizzati molti documentari sul massacro di Gwangju, credo che in questa opera il materiale d’archivio emerga in un momento di forte intensità emotiva. Appare come un lampo, come un ricordo improvviso. Non volevamo costruire una narrazione puramente esplicativa e didascalica; volevamo piuttosto creare un contrasto rapido, quasi una scossa. Per noi, questo era un modo per rappresentare la memoria collettiva, ed è proprio questo il cuore del nostro montaggio. Allo stesso tempo, sentivamo la necessità di mantenere un atteggiamento sensibile e rispettoso nel raccontare l’intera vicenda.
Dal mio punto di vista di produttrice, durante il montaggio tutto il team, l’editor e i tre registi, si è concentrato profondamente su ciò che il protagonista ha vissuto, sia interioramente sia all’interno dell’Assemblea Nazionale.
Lui è il veicolo del documentario, la guida narrativa che accompagna il pubblico attraverso ciò che ha realmente imparato e sperimentato in quel luogo. Per questo abbiamo lavorato molto affinché mettesse per iscritto, sotto forma di un saggio personale, ciò che aveva provato. A partire da quel testo abbiamo costruito la narrazione del documentario.
Parallelamente, ci siamo interrogati su come combinare immagini e fotografie in modo coerente con le sue emozioni, con la sua esperienza e con il percorso di consapevolezza maturato durante quella notte. In questo senso, lui non è solo regista, ma anche una vera e propria presenza narrativa all’interno del documentario. Spero che il pubblico possa vedere il documentario e scoprirne questo percorso umano, fatto di esperienza, apprendimento e memoria.
