Per quasi metà della sua vita, Min Jin Lee è stata, in qualche modo, una scrittrice sottovalutata. Non perché le mancassero ambizione o talento, ma perché il riconoscimento è arrivato lentamente, dopo anni trascorsi a costruire la propria voce lontano dai riflettori. Oggi, con la pubblicazione di American Hagwon, la scrittrice coreano-americana torna con il suo terzo romanzo, a quasi dieci anni da Pachinko, il libro che l’ha trasformata in una delle voci più riconoscibili della letteratura contemporanea sulla diaspora asiatica. Il New York Times la descrive come una figura erede della grande tradizione ottocentesca del realismo sociale e come una delle autrici più importanti della sua generazione.
Lee è nata a Seoul e si è trasferita con la famiglia negli Stati Uniti quando aveva sette anni. È cresciuta a New York, ha studiato storia a Yale e legge alla Georgetown University e, prima di diventare scrittrice, ha lavorato come avvocata. Una formazione apparentemente lontana dalla narrativa, ma che avrebbe avuto un ruolo fondamentale nel suo modo di raccontare il mondo: la sua letteratura nasce infatti dall’incontro tra storia, economia, sociologia e vicende individuali. Oggi Lee insegna scrittura e narrativa e continua a vivere a New York.
La scelta di lasciare una professione stabile per dedicarsi alla scrittura non è stata semplice. Quando ha iniziato a perseguire seriamente la carriera letteraria, Lee ha investito i propri risparmi nella nuova vita da scrittrice: il primo anno arrivò a consumare i 15.000 dollari che aveva messo da parte, mentre costruiva la propria formazione attraverso corsi, workshop, letture e soprattutto una disciplina personale molto rigorosa. Negli anni Novanta frequentò anche i corsi della 92nd Street Y di New York, dove conobbe altri aspiranti scrittori e sviluppò quell’interesse per il romanzo sociale che sarebbe diventato una delle caratteristiche della sua opera.
Lee non è però una scrittrice dalla produzione particolarmente rapida. Tra un romanzo e l’altro trascorrono circa dieci anni: Free Food for Millionaires è uscito nel 2007, Pachinko nel 2017 e American Hagwon nel 2026. Lei stessa scherza sul proprio ritmo di lavoro, osservando che chiaramente non è «la persona più efficiente e produttiva del mondo». Ma dietro questa lentezza c’è un metodo preciso: ricerca, interviste, viaggi e un’attenzione quasi da storica ai contesti nei quali ambienta le sue storie.
«Sto scrivendo romanzi sociali», ha spiegato Lee, sottolineando quanto per lei sia necessario studiare economia e sociologia. Per costruire American Hagwon ha raccolto centinaia di interviste e riempito numerose scatole di appunti scritti a mano. Il suo approccio consiste nel partire dai grandi sistemi (istruzione, immigrazione, classe sociale, lavoro, mobilità economica) per arrivare alle persone che ne subiscono o ne sfruttano le conseguenze.
È un metodo che affonda le radici anche nella sua esperienza personale. Lee è cresciuta come immigrata coreana negli Stati Uniti e ha raccontato più volte quanto l’identità diasporica abbia influenzato la sua scrittura. Il suo interesse non riguarda soltanto il modo in cui gli immigrati cambiano entrando in contatto con una nuova società, ma anche il modo in cui la distanza modifica i rapporti tra le persone che amano e i mondi culturali che portano con sé. «Quando viviamo così lontani dalle persone che amiamo di più, come cambia la nostra esperienza reciproca? E come cambiamo le altre persone intorno a noi?», ha spiegato in un’intervista.
Il debutto arriva nel 2007 con Free Food for Millionaires, storia di una giovane figlia di immigrati coreani che cerca di costruirsi una vita nella New York degli anni Novanta. Il romanzo viene accolto favorevolmente e diventa un bestseller nazionale. Ma è con Pachinko, dieci anni dopo, che Lee raggiunge una dimensione internazionale. Il romanzo segue per generazioni una famiglia coreana trasferitasi in Giappone e affronta temi come identità, discriminazione, appartenenza, lavoro e sopravvivenza. Finalista al National Book Award, Pachinko diventa un bestseller del New York Times, viene tradotto in oltre 35 lingue e successivamente adattato da Apple TV+ in una serie televisiva. Negli Stati Uniti ha venduto oltre un milione di copie.

Il successo di Pachinko, però, non sembra aver cambiato il metodo di Lee. Anzi, American Hagwon nasce da un’altra domanda che richiede anni di ricerca: perché l’istruzione occupa un posto così centrale nella vita dei coreani e delle comunità coreane all’estero? Il romanzo segue la famiglia Koh attraverso Corea del Sud, Australia e Stati Uniti, sullo sfondo della crisi finanziaria asiatica del 1997 e delle trasformazioni economiche e sociali che ne derivano. Il titolo richiama gli hagwon, i centri privati di doposcuola e preparazione scolastica che rappresentano uno degli elementi più caratteristici del sistema educativo sudcoreano.
Anche in questo caso Lee non si limita a raccontare un fenomeno coreano. Il suo interesse è più ampio: cosa succede quando l’idea che l’istruzione sia la strada verso la sicurezza economica e il successo attraversa i confini? Cosa rimane di quel modello quando una famiglia emigra e si ritrova in una società con regole diverse? E soprattutto: che cosa significa davvero avere una buona istruzione e costruire una buona vita? Sono le domande che attraversano American Hagwon.
Per scrivere il romanzo, Lee ha continuato a viaggiare e a verificare direttamente i contesti raccontati. Nel 2025 è andata a Sydney per approfondire l’ambiente australiano del libro, studiando anche il sistema universitario e quello legale e incontrando persone che potessero aiutarla a rendere più autentiche le esperienze dei suoi personaggi. Il viaggio le ha permesso inoltre di riflettere sulle differenze tra il rapporto australiano e quello americano con il debito universitario, la formazione professionale e l’istruzione.
Questa attenzione quasi ossessiva alla ricerca nasce anche da una consapevolezza: quando si scrive di comunità, culture e gruppi spesso raccontati attraverso stereotipi, l’approssimazione può diventare una forma di semplificazione. Lee preferisce quindi costruire mondi complessi, nei quali le grandi trasformazioni economiche e sociali passano attraverso la vita quotidiana di famiglie, lavoratori, studenti e immigrati.
Il risultato è una narrativa che viene spesso definita realismo sociale. I grandi temi — capitalismo, classe, istruzione, migrazione, razza, religione, genere — non vengono trattati come semplici argomenti teorici, ma diventano parte delle scelte e dei conflitti dei personaggi. È probabilmente questa la continuità più evidente tra Free Food for Millionaires, Pachinko e American Hagwon: raccontare la storia attraverso chi deve viverne le conseguenze.
E proprio qui si trova la particolarità di Lee. La sua ambizione non sembra essere quella di raccontare semplicemente «la Corea» agli americani o «l’America» ai coreani. Come ha spiegato parlando del suo lavoro, sente il compito di rendere le esperienze coreane comprensibili a tutti: «It’s my job to make everybody Korean».
Con American Hagwon, Lee arriva così al terzo capitolo della sua progettata Diaspora Quartet, una serie di romanzi dedicati alle esperienze della diaspora coreana. Dopo Free Food for Millionaires e Pachinko, il progetto dovrebbe concludersi con Marshall Plan.
Ma la nuova fase della sua carriera non sembra riguardare soltanto la diaspora. Lee ha raccontato di aver iniziato American Hagwon per capire perché l’istruzione fosse così importante per i coreani, per poi rendersi conto che la domanda più profonda era un’altra: come si può vivere saggiamente in un mondo che cambia troppo velocemente? È questa, più che la semplice ricerca del successo, la domanda che sembra guidare oggi la sua scrittura.
A quasi vent’anni dal debutto, Min Jin Lee è quindi arrivata a un punto particolare del suo percorso: da giovane immigrata che cercava una voce letteraria a una scrittrice riconosciuta per la capacità di trasformare la storia della diaspora in una grande narrazione americana. American Hagwon arriva dopo quasi un decennio di lavoro e conferma una caratteristica che accompagna tutta la sua carriera: Lee non scrive in fretta perché vuole capire prima di raccontare. La sua lentezza è parte del metodo, così come la ricerca è parte della sua narrativa.

Il titolo del romanzo è molto significativo e sottolinea questo legame tra i due mondi: quello statunitense e quello sudcoreano. GLi Hagwon, infatti, sono i centri privati di doposcuola molto diffusi in Corea del Sud, alimentati da una forte competizione e da un sistema scolastico molto rigoroso. Le famiglie, infatti, investono molti soldi per potenziare lo studio di alcune materie fondamentali come la matematica e l’inglese. Poter frequentare una di queste accademie, però, ha un forte valore sociale perché rappresenta un vero e proprio strumento di mobilità sociale, successo economico e costruzione del futuro dei figli.
Nel romanzo Min Jin Lee usa però l’istruzione per parlare di questioni più ampie legate alla comunità sudcoreana sia in patria che negli Stati Uniti: la pressione sociale, la competizione, l’ambizione e il desiderio di riscatto sociale per migliorare la propria condizione sociale.
È quindi interessante perché Lee non guarda agli hagwon soltanto come fenomeno educativo coreano: li utilizza per interrogarsi su che cosa significhi avere successo e su quanto l’istruzione possa davvero cambiare la vita di una persona. Questo è anche un elemento di continuità con Pachinko: in entrambi i romanzi, infatti, l’istruzione, il lavoro e il sacrificio delle generazioni precedenti sono legati alle possibilità offerte ai figli e ai nipoti.