Le polemiche di questi giorni relative alla mancata partecipazione dei BTS ai Grammy 2027 ci spingono a dedicare un po’ di spazio a una riflessione sullo stato della carriera dei BTS.
Sui social in molti hanno scritto “I BTS non hanno bisogno dei Grammy, sono i Grammy ad avere bisogno dei BTS”. Sicuramente in parte è vero, perché una band che ha ottenuto i risultati dei BTS ha già vinto di per sé, anche senza premi.
Non dobbiamo, però, dimenticare le molte interviste in cui i BTS hanno più volte dichiarato di sognare di andare ai Grammy e di vincere qualche premio. Di fatto, per ogni artista che sogna la fama internazionale, vincere un Grammy vuol dire avere il riconoscimento di critici e professionisti del settore di grande esperienza ed essere messi al pari dei grandi della storia della musica.
Possiamo immaginare quanta sofferenza e delusione devono aver provato nel fare una dichiarazione del genere, in un anno così importante per loro?
Chi segue i BTS da anni conosce bene la parabola di questi 7 artisti e delle difficoltà che hanno dovuto attraversare per arrivare dove sono oggi contro ogni aspettativa, da veri underdog. Questo termine ci piace perché viene usato di solito per indicare squadre, atleti o personaggi su cui nessuno avrebbe mai puntato, quelli dati per perdenti perché partiti da una condizione di sfavore, ma che poi sbaragliano tutti e vincono nello stupore generale, proprio come i BTS.
Pensiamo al concept di “Arirang”, album attesissimo dopo la loro pausa per il militare: nasce tutto dalla storia di alcuni giovani coreani che a inizio del ‘900 si recano negli Stati Uniti e registrano per la prima volta la canzone tradizionale “Arirang” su cilindri di cera.
Il video del primo singolo “Swim”? Una nave che salpa dal Portogallo verso le Americhe, che li vede come sguatteri impegnati a lavorare duro per raggiungere la loro meta.
Non ultimo: “Arirang” è un album registrato a Los Angeles, in cui l’inglese prevale sul coreano proprio per aprirsi a un mercato globale più ampio e variegato. L’intenzione era dichiarata: “quest’anno vogliamo fare il botto nel panorama musicale internazionale”.
Dall’uscita dell’album i BTS non ne hanno sbagliata una: le vendite sono andate benissimo, il tour mondiale è stato accolto con notevole entusiasmo, e l’immagine stessa del gruppo riflette una rinnovata maturità. Hanno fatto tutto questo senza dimenticare o rinnegare le loro radici culturali, al contrario, hanno scelto di intrecciare sapientemente due anime in un dialogo ricco ed entusiasmante, mai banale.
Eppure l’industria sembra ancora vedere i BTS come una boyband da strapazzo, con dei bei visi, dei bei vestiti e delle belle coreografie. Insomma, dei grandi perfomer ma la “vera musica” sta altrove.
I Grammy si sono accorti del loro successo dal 2019 quando li hanno invitati a esibirsi come ospiti e poi dal 2021 hanno iniziato a ricevere delle nomination vere e proprie. Le nomination ricevute sono state 5: la prima nel 2021 nella categoria Best Pop Duo/Group Performance con “Dynamite”; nel 2022 con “Butter” nella stessa categoria e infine nel 2023 hanno avuto tre nomination, Best Music Video per “Yet to Come”, Best Pop Duo/Group Performance per “My Universe” con i Coldplay e una nomination ad Album of the Year per “Music of the Spheres” sempre con i Coldplay.
Negli anni, però, il rapporto tra i BTS e i Grammy è diventato quasi paradossale. A ogni nuova edizione il gruppo è stato indicato come uno dei favoriti, invitato sul palco per poi rimanere a mani vuote. Purtroppo questa dinamica non riguarda solo i Grammy. Tra il 2019 e il 2022, la crescita dei BTS ha costretto molte delle principali cerimonie occidentali a confrontarsi con il fenomeno K-pop. VMAs, EMAs e AMAs hanno progressivamente introdotto categorie dedicate al genere proprio negli anni in cui il gruppo infrangeva record e conquistava premi nelle categorie principali. L’esempio più eclatante è forse quello degli AMAs che in seguito alla vittoria storica dei BTS nel 2021 come “Artist of the Year”, l’anno successivo hanno introdotto la categoria “Favorite K-pop Artist”.
Con “Arirang” erano convinti di aver superato questa impasse, senza però dimenticare i torti subiti. La narrazione dell’underdog è chiara anche nel video musicale di “2.0”, tributo a “Old Boy” di Park Chan-wook. Qui i BTS seguono le orme di Oh Dae-su, l’emarginato che spezza le catene di un sistema oppressivo per reclamare la propria identità. Trattato “come cane” per 15 anni, Oh Dae-su si libera dalla prigionia e smette di obbedire al padrone (rappresentato dall’élite economica di Woo-jin), diventando una forza anarchica e inarrestabile che distrugge la prigione per riscrivere la propria storia.
Nel video di “2.0” i BTS creano questo parallelismo per sottolineare il loro ritorno sulle scene ma anche per dichiarare un cambio di rotta (o un ritorno alle origini?), ed invitare i fan a osservare il loro comeback in pompa magna da “Hooligan” ribelli: “watch this beat going Hooligan”.
La narrazione continua, poi, nel video musicale di “Normal” dove i BTS vogliono mostrare i due lati del successo: l’adrenalina e il senso di svuotamento di chi vive sempre sotto i riflettori. Nel finale, all’improvviso ognuno dei membri del gruppo è affiancato da un cane di razza che gli somiglia per temperamento ed estetica, lasciando spazio a varie interpretazioni.
C’è chi ha cercato di mettere in relazione il carattere dei diversi cani con quello dei singoli membri dei BTS: la giocosità, la fedeltà, la dolcezza, altri ancora l’eleganza, etc. Difficile dire cosa avessero davvero in mente, però una cosa è certa: alla luce di quanto detto precedentemente sembra quasi che i BTS vogliano rivendicare il loro posto nel panorama musicale, non più come “underdog” ma come “pop royalty” di tutto rispetto, con identità forti e definite.
Questo “titolo” non gli è stato conferito da riviste blasonate o premi tanto ambiti, ma dal successo della loro musica e dall’impatto che hanno generato, in primis in Corea del Sud, e poi in tutto il mondo. Dire “no grazie” ai Grammy 2027 allora, forse, si inserisce in questa traiettoria.
Anziché guadagnarsi, con un Grammy, il “pedigree” che gli avrebbe conferito il riconoscimento di ‘Artisti meritevoli’, i BTS hanno scelto di non farsi definire da un’industria opaca, impermeabile e refrattaria agli “alieni”, rassegnandosi così al destino dei pionieri. I pionieri, per definizione, aprono strade nuove senza poter contare su una cornice di riferimento già consolidata. Per questo, però, il loro valore viene spesso riconosciuto solo in un secondo momento, quando esiste finalmente un apparato capace di leggere e valorizzare ciò che si sta facendo.
I BTS sono entrati nel mercato musicale quando non erano ancora “alla pari”, chiedendo al sistema di fare spazio per loro, giustificando continuamente perché meritavano di occuparlo. La categoria “Best Asian Pop Performance”, però, non è stata la risposta adatta a questa richiesta perché avrebbe significato accettare di tornare nel recinto che, con grande fatica, erano già riusciti a scardinare.