È una vicenda che sta facendo discutere in Corea del Sud quella che arriva dall’isola di Jeju, dove un agente di polizia, identificato con il cognome Bu, è stato mandato in procura in stato di custodia con l’accusa di aver falsificato la gestione di numerosi casi di persone scomparse.
Secondo gli investigatori, l’agente avrebbe dichiarato falsamente di aver contattato alcune persone scomparse e di aver verificato che stessero bene, chiudendo così i relativi fascicoli. Il motivo? Un carico di lavoro che avrebbe ritenuto troppo pesante da gestire.
Tra i casi chiusi in questo modo ce ne sono due particolarmente inquietanti. Una donna di 37 anni, Jang Mi-ran, era scomparsa a maggio: Bu avrebbe registrato un falso contatto con lei e successivamente indicato nei documenti che fosse morta in un incidente. Il suo corpo è stato ritrovato il 24 agosto. Anche un uomo sulla sessantina, denunciato come scomparso a luglio, era stato dichiarato falsamente come contattato dall’agente. È stato trovato morto ad agosto, dopo la ripresa delle ricerche.
Ma il caso potrebbe essere molto più esteso. Bu aveva chiuso 298 casi in circa 16 mesi, un numero tre volte superiore alla media per agente. La revisione dei fascicoli ha individuato 25 ulteriori casi sospetti: in 10 casi le persone non erano mai state contattate dall’agente, mentre in altri 15 sarebbero state inserite false motivazioni per la chiusura delle indagini. Tutte le persone coinvolte nei 25 casi sono state poi trovate vive.
La polizia sta ora verificando altri 63 casi potenzialmente irregolari. Secondo i profiler che hanno interrogato l’agente, alla base della condotta ci sarebbero stanchezza, sovraccarico di lavoro e un atteggiamento negligente nei confronti delle proprie responsabilità.