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Park Ji-man interviene sulle polemiche per il film ‘The Assassin(s)’: “Mio padre era davvero così odiato?”

Esplode uno scontro politico e storiografico attorno alla pellicola cinematografica “The Assassin(s)”, accusata di Revisionismo e di promuovere tesi complottiste sull’assassinio della Prima Lady Yuk Young-soo avvenuto nel 1974.

A rompere il silenzio sulla vicenda è stato Park Ji-man, presidente della società EG e figlio dell’ex presidente Park Chung-hee, che in un’intervista rilasciata al quotidiano Chosun Ilbo ha smentito seccamente le illazioni storiche veicolate dal film con la frase amara: “Mio padre era davvero così odiato?”.

La pellicola ha scatenato accese polemiche per aver velatamente ipotizzato una presunta regia dell’ex presidente Park dietro l’attentato del 1974, in cui la moglie perse la vita sotto i colpi del killer 문세광 (Mun Se-gwang).

Park Ji-man ha ricordato con commozione la notte della tragedia: “Quando mio padre tornò dall’Ospedale Universitario di Seul mi abbracciò fortissimo e pianse a dirotto dicendomi ‘Ji-man, tua madre non c’è più’. Non l’avevo mai visto piangere in quel modo. Ha senso credere che abbia orchestrato un’attentato nel luogo in cui egli stesso stava tenendo un discorso e dove avrebbe potuto essere colpito dalle pallottole?”.

Ciononostante, il figlio dell’ex statista ha dichiarato di non voler intraprendere azioni legali o chiedere ingiunzioni per bloccare le proiezioni, augurandosi invece che la polemica spinga le giovani generazioni ad approfondire la vera figura del padre.

La controversia è diventata un terreno di scontro ideologico tra le forze politiche nazionali. Il partito di opposizione People Power Party (PPP) ha condannato duramente il film definendolo un “complotto da tre soldi e una falsificazione della storia”, arrivando a pubblicare lettere autografe dell’epoca in cui Park Chung-hee scriveva alla figlia Park Geun-hye che la madre aveva preso i proiettili destinati a lui.

Di contro, il Democratic Party ha difeso l’opera invocando la tutela della libertà d’espressione artistica e invitando la politica a non interferire: “Un opera cinematografica va giudicata come tale”.

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