Siamo stati al FánHuā Chinese Film Festival nella seconda giornata dedicata alle registe donne. Abbiamo visto due film: “The Absent” di Lu Dan e “Linka Linka” di Kangdrun.
Ambientato nella città di Tacheng, nello Xinjiang, “The Absent”, il film d’esordio della regista cinese, racconta l’incontro tra un giovane russo, una ragazza han e un uomo tataro. Tre persone di origini diverse, unite dalla perdita, dall’assenza di una figura paterna e dal bisogno di ritrovare un legame con gli altri. Uno sguardo intimo su identità e appartenenza, dedicato a comunità che il cinema cinese raramente mette al centro.
Chi abita la Cina? E quali storie rimangono ai margini quando si racconta un Paese attraverso le sue identità più conosciute? Con The Absent (冬旅人, 2024), la regista Lu Dan sceglie di rispondere a queste domande attraverso un racconto delicato, ambientato nella regione dello Xinjiang, nel nord-ovest della Cina. Qui, lontano dai grandi centri urbani, si incontrano le esistenze di tre persone che sembrano non avere molto in comune, ma che condividono una ferita profonda: la perdita di una persona cara e il vuoto lasciato dall’assenza del padre.

Presentato nella sezione Asian New Talent del 26° Shanghai International Film Festival, dove ha ottenuto diverse candidature, The Absent è il primo lungometraggio scritto e diretto da Lu Dan, regista originaria proprio dello Xinjiang. Prodotto da Pema Tseden, autore e cineasta tibetano che ha dato un contributo fondamentale alla rappresentazione delle minoranze etniche nel cinema cinese, il film si inserisce in una tradizione di opere attente alle identità culturali meno visibili, alle lingue e alle trasformazioni delle comunità locali.
La storia si svolge durante un inverno rigido a Tacheng, città di frontiera in cui convivono gruppi etnici e tradizioni differenti. Il protagonista, Ivan, è un giovane russo introverso che torna nella propria città dopo aver trascorso anni lontano da casa. Il ritorno, però, non coincide con una vera riconciliazione: la madre e la sorella gli rimproverano di essere partito senza guardarsi indietro e lui, incapace di ritrovare immediatamente il proprio posto, sembra cercare una nuova fuga. Con la macchina fotografica in mano, attraversa la città e si rifugia in un vecchio albergo.
È qui che incontra Refati, il proprietario tataro della struttura, e Xiaoyu, una ragazza di etnia han che si trova anch’essa alla ricerca del padre. La loro convivenza forzata durante una tempesta di neve crea uno spazio sospeso, lontano dal ritmo della vita quotidiana. Fuori, il freddo e la neve isolano l’albergo dal resto del mondo; dentro, tre sconosciuti iniziano lentamente a condividere inquietudini, ricordi e silenzi.
Le loro storie sono diverse, così come le esperienze che li hanno condotti in quel luogo. Eppure, tutti e tre sono segnati da una perdita. L’assenza paterna non è soltanto un fatto biografico: diventa una frattura che condiziona il rapporto con la famiglia, con la propria storia e con il futuro. Per Xiaoyu, la ricerca del padre assume una dimensione concreta; per Ivan, il ritorno a casa significa confrontarsi con ciò da cui si è allontanato; per Refati, la solitudine e il peso del passato si riflettono nella vita appartata che conduce. Lu Dan non cerca di rendere identiche queste esperienze, né di risolverle attraverso facili spiegazioni. Al contrario, lascia che siano i gesti quotidiani, le conversazioni e le pause a rivelare ciò che accomuna i personaggi. La loro ferita non cancella le differenze, ma permette loro di riconoscersi nell’esperienza dell’altro.
Il titolo, The Absent, rimanda così a una presenza che manca, ma anche a una condizione condivisa. Ognuno dei protagonisti è, in qualche modo, alla ricerca di qualcuno: una persona perduta, un padre, una casa o una parte di sé che sembra essere rimasta indietro. E nell’incontro con gli altri, quella mancanza può finalmente essere riconosciuta. Il valore del film va oltre il racconto intimo. The Absent porta sullo schermo comunità che spesso rimangono ai margini delle rappresentazioni cinematografiche della Cina: quella russa e quella tatara, accanto alla maggioranza han.
La regista ha dichiarato di voler concentrare l’attenzione proprio sui russi e sui tatari, gruppi poco rappresentati nella letteratura e nel cinema cinesi. In particolare, la comunità tatara della Cina è numericamente molto ridotta: secondo la dichiarazione della regista riportata nella presentazione del film, conta poco più di tremila persone. Tacheng è una delle aree dello Xinjiang in cui questa comunità è storicamente più presente.
Queste realtà raccontano una Cina diversa dall’immagine spesso associata alle grandi metropoli, alla rapida crescita economica o alle trasformazioni tecnologiche. Sono comunità attraversate da una storia di migrazioni, scambi culturali e convivenza, ma anche da un progressivo allontanamento dalle proprie tradizioni. Come osserva Lu Dan, molti giovani si trasferiscono nelle grandi città in cerca di opportunità, mentre sono soprattutto le generazioni più anziane a conservare abitudini e pratiche culturali tradizionali.
Il risultato è una condizione di sradicamento che il film mette in relazione con quella dei suoi personaggi. Come loro, anche le comunità raccontate rischiano di perdere un legame con il luogo d’origine e con una parte della propria memoria. Il viaggio verso le città può offrire nuove possibilità, ma può anche trasformare il ritorno a casa in un’esperienza difficile, perché il luogo lasciato alle spalle non è più necessariamente quello ricordato. In questo senso, The Absent non si limita a inserire personaggi appartenenti a minoranze etniche in una storia universale. Lascia che siano le loro lingue, le loro abitudini e il loro ambiente a definire il mondo del film. Il mandarino convive con il russo, il kazako e il tataro, mentre le identità culturali non vengono ridotte a semplici dettagli decorativi. Sono parte integrante delle vite raccontate.
Con The Absent, Lu Dan realizza un’opera che tiene insieme una storia intima e una riflessione sulla rappresentazione culturale. La sua attenzione alle comunità russa e tatara dello Xinjiang, insieme alla presenza di una giovane donna han, restituisce un’immagine della Cina più complessa e plurale, in cui le identità non si esauriscono in una narrazione unica.