Il 15 agosto in Corea del Sud si celebra il Gwangbokjeol, la Giornata della Liberazione, che ricorda l’indipendenza dalla dominazione coloniale giapponese terminata nel 1945.
In una ricorrenza legata alla riconquista della sovranità nazionale, il presidente ha scelto di parlare della necessità di superare la divisione della penisola, proponendo di avviare un dialogo diretto con la Corea del Nord per porre formalmente fine a una guerra che, tecnicamente, non è mai terminata.
Nel suo discorso per l’81º anniversario della liberazione della Corea, Lee ha invitato le due Coree ad abbandonare le reciproche minacce e a iniziare negoziati per mettere fine alla guerra di lunga durata.
Il presidente ha inoltre aperto alla possibilità di discutere, nell’ambito del processo negoziale, modalità concrete per fermare l’avanzamento del programma nucleare nordcoreano.
La proposta riguarda un conflitto che rimane formalmente irrisolto: la Guerra di Corea (1950-1953) si concluse infatti con un armistizio e non con un trattato di pace. Corea del Nord e Corea del Sud sono quindi tecnicamente ancora in stato di guerra.
Lee ha promesso di impegnarsi per sostituire quello che ha definito un «sistema di armistizio instabile» con un vero regime di pace.
L’apertura di Lee arriva in un momento complesso, perché Pyongyang non ha finora risposto alle ripetute aperture di Seul dall’insediamento del presidente.
Già nel discorso per la Giornata della Liberazione dello scorso anno, Lee aveva assicurato che la Corea del Sud avrebbe rispettato l’attuale sistema politico nordcoreano, rinunciando a qualsiasi tentativo di unificazione per assorbimento e a iniziative ostili nei confronti del Nord.
Nel suo nuovo discorso il presidente ha ribadito che le due Coree devono rispettarsi reciprocamente e ridurre le contrapposizioni, partendo dalla diminuzione dell’ostilità non soltanto sul piano militare, ma anche nelle percezioni, nelle norme e nei sistemi che regolano i rapporti tra i due Paesi.
«Mettiamo da parte le nostre intenzioni di minacciarci a vicenda e avviamo, in quanto parti direttamente coinvolte, dei negoziati per porre fine a questa guerra che si protrae da così tanto tempo», Lee.
Nella sua visione, una penisola coreana pacificata avrebbe conseguenze che andrebbero ben oltre i rapporti tra le due Coree: potrebbe contribuire alla stabilità e alla cooperazione nell’Asia nord-orientale e, più in generale, alla costruzione di un mondo libero dalle armi nucleari.
L’obiettivo dichiarato dal presidente è quindi trasformare «l’energia dell’ostilità e dello scontro» in una forza capace di favorire coesistenza pacifica e crescita reciproca.
«Spero che Corea del Sud e Corea del Nord possano sedersi faccia a faccia per una coesistenza pacifica e una crescita reciproca», Lee.
Il discorso ha dedicato spazio anche alle relazioni tra Corea del Sud e Giappone, particolarmente significative proprio in una giornata che celebra la fine della colonizzazione giapponese.
Lee ha sottolineato i progressi compiuti nell’ultimo anno attraverso una «shuttle diplomacy» più intensa tra i due Paesi, che avrebbe contribuito a rafforzare la fiducia e ad ampliare la cooperazione in settori strategici come catene di approvvigionamento, energia e tecnologie avanzate.
Il presidente ha espresso l’intenzione di ampliare ulteriormente questa collaborazione per affrontare interessi e problemi comuni e ha auspicato l’apertura di una nuova fase di pace e prosperità nelle relazioni con Tokyo.
La visione di Lee non si limita alla politica estera. Il presidente ha ribadito anche l’obiettivo di costruire una «Corea insostituibile», capace di assumere un ruolo di leadership mondiale nelle tecnologie avanzate.
Di fronte alle trasformazioni dell’ordine internazionale e alle profonde trasformazioni industriali, Lee ha invitato il Paese a non concentrarsi sui limiti, ma sulla capacità di creare nuove opportunità. La Corea del Sud, secondo la sua visione, dovrebbe diventare un Paese di cui il mondo abbia bisogno e con cui tutti vogliano collaborare.
Sul piano interno ha infine ribadito l’intenzione di indagare e confiscare i patrimoni accumulati ingiustamente dai collaborazionisti del periodo coloniale e di perseguire le responsabilità legate a quel passato.