La Corea del Sud ha inviato una squadra di accertamento negli Emirati Arabi Uniti per valutare la situazione di sicurezza nello Stretto di Hormuz, una delle principali rotte mondiali per il trasporto del petrolio. Al momento, Seoul precisa che non è stata presa alcuna decisione sull’invio di truppe, ma il governo sta valutando diverse possibilità per contribuire alla libertà di navigazione, comprese eventuali misure militari.
L’ipotesi ha però provocato immediate proteste a Seoul. Un gruppo di manifestanti si è riunito davanti al Sejong Center for Performing Arts, di fronte al complesso dell’ambasciata statunitense, per chiedere alla Corea del Sud di non entrare nel conflitto.
Con cartelli che recitavano «Non partecipate a una guerra di aggressione», i manifestanti hanno scandito: «Non possiamo mandare i nostri giovani in un mare di morte!» La protesta arriva mentre aumenta la pressione di Washington sugli alleati affinché contribuiscano agli sforzi per garantire la sicurezza dello Stretto, strategico per il commercio energetico globale.
Per i gruppi pacifisti sudcoreani, però, un eventuale dispiegamento significherebbe un coinvolgimento diretto nella guerra. Jung Kyung-jik, di People’s Solidarity for Participatory Democracy, ha sostenuto che inviare truppe equivarrebbe a «partecipare direttamente a una guerra illegale», mentre Choi Young-ok, della Korean Peace Solidarity for Sovereignty and Reunification, ha avvertito che una missione militare potrebbe inevitabilmente provocare vittime.
Anche l’Iran ha lanciato un avvertimento molto duro: un’eventuale presenza militare sudcoreana nello Stretto di Hormuz sarebbe considerata un sostegno diretto all’aggressione statunitense e potrebbe avere «gravi conseguenze».
La questione mette così Seoul davanti a un delicato equilibrio tra l’alleanza con Washington, la sicurezza di una rotta fondamentale per l’economia mondiale e il rischio di essere trascinata direttamente nel conflitto.
E c’è un ultimo passaggio fondamentale: qualsiasi dispiegamento delle forze armate sudcoreane all’estero richiederebbe l’approvazione dell’Assemblea nazionale. Per ora, dunque, nessuna decisione definitiva. Ma nelle strade di Seoul la risposta è già arrivata: «Non mandate i nostri giovani in guerra».