Se in questi giorni avete visto comparire sempre più notizie sulla politica sudcoreana, non è un caso.
La presidenza di Lee Jae-myung sta attraversando una delle fasi più complicate dall’inizio del mandato: il consenso nei sondaggi è sceso ai minimi, diverse nomine hanno provocato polemiche e alcuni candidati a incarichi ministeriali hanno dovuto rinunciare alla posizione.
A questo si aggiungono questioni economiche, il dibattito sulla politica immobiliare, i rapporti con la magistratura e una questione internazionale particolarmente delicata: il possibile coinvolgimento della Corea del Sud nella sicurezza dello Stretto di Hormuz, nel contesto della guerra in Medio Oriente.
Ma andiamo con ordine.
Il consenso di Lee è sceso ai minimi
Il 18 settembre, durante una conferenza stampa, Lee Jae-myung ha parlato apertamente del calo della propria popolarità.
Secondo l’ultimo sondaggio di Korea Gallup, realizzato tra il 15 e il 17 settembre su 1.002 adulti, il 37% degli intervistati approva l’operato del presidente, mentre il 56% lo disapprova.
È il quarto calo consecutivo al minimo storico registrato dall’istituto dall’inizio della presidenza. Anche la percentuale di giudizi negativi ha raggiunto il livello più alto rilevato finora.
Tra le principali ragioni indicate da chi disapprova l’operato del presidente figurano soprattutto le politiche immobiliari e le nomine.
Lee ha riconosciuto personalmente di avere delle responsabilità.
Durante la conferenza stampa ha spiegato di aver riflettuto a lungo sulle ragioni del calo del consenso e ha ammesso di aver forse prestato troppa attenzione ai risultati, trascurando la comunicazione, l’ascolto e le persone che si sono sentite danneggiate da alcune politiche.
Sul sito ufficiale della Presidenza, Lee ha inoltre affermato che avrebbe riesaminato il sistema di nomine del governo.
Il problema delle nomine
Ed è proprio questo uno dei punti più delicati.
Negli ultimi mesi diversi candidati scelti dall’amministrazione non sono riusciti ad arrivare alla nomina definitiva.
Il caso più recente è quello di Kim Seung-won, candidato alla carica di ministro della Giustizia, che il 19 settembre ha annunciato il proprio ritiro.
Il giorno precedente, Lee aveva tenuto la conferenza stampa nella quale aveva parlato della necessità di riflettere sui propri errori. La questione delle nomine era stata uno dei temi centrali.
Con Kim Seung-won, i candidati ministeriali dell’amministrazione Lee che hanno abbandonato il percorso di nomina sono arrivati a cinque.
Prima di lui erano già caduti:
- Lee Jin-sook, candidata ministra dell’Istruzione;
- Kang Sun-woo, candidata ministra della Famiglia e delle Donne;
- Lee Hye-hoon, candidata ministra del nuovo Ministero della Pianificazione e del Bilancio;
- Yong Hye-in, candidata ministra dell’Uguaglianza e della Famiglia.
Nel caso di Yong Hye-in, la rinuncia è arrivata appena due settimane dopo la nomina, dopo le polemiche legate soprattutto alla possibilità di mantenere contemporaneamente il seggio parlamentare proporzionale e l’incarico ministeriale.
La situazione ha riacceso il dibattito sul funzionamento del sistema di verifica delle nomine presidenziali.
La stessa Presidenza ha annunciato che intende riesaminare il sistema di selezione e verifica dei candidati.
E non è finita qui
Anche alcuni incarichi di vertice sono rimasti vacanti.
Il posto di capo dell’Ufficio per le politiche presidenziali, ad esempio, è rimasto vacante dopo le dimissioni di Kim Yong-beom il 1° settembre. Durante la conferenza stampa del 18 settembre, Lee ha dichiarato che la scelta del successore era ancora in fase di valutazione.
Nel frattempo, anche la possibile nomina di Kim Ji-yong a capo della nuova struttura investigativa contro i crimini gravi ha creato tensioni, anche all’interno dell’area progressista.
La magistratura contro la Presidenza?
Un altro fronte riguarda i rapporti tra il governo e la magistratura.
Il presidente della Corte Suprema Cho Hee-dae ha recentemente sottolineato l’importanza dell’indipendenza della magistratura.
A Lee è stato chiesto di commentare la situazione, soprattutto alla luce dello scontro sulla nuova nomina dei giudici della Corte Suprema.
Il presidente ha risposto invitando a riflettere sul motivo per cui la Costituzione garantisce l’indipendenza agli organi dello Stato.
La questione è diventata particolarmente delicata perché riguarda uno dei principi fondamentali della democrazia sudcoreana: la separazione dei poteri.
E poi c’è l’economia
Tra le questioni che stanno incidendo sul governo c’è anche il mercato immobiliare.
Le politiche sulla casa sono infatti tra le principali motivazioni citate dagli intervistati che giudicano negativamente l’operato di Lee.
Il governo ha annunciato diverse misure per cercare di contenere la crescita dei prezzi delle abitazioni nella capitale e aumentare l’offerta, ma la questione continua a essere uno dei principali problemi politici ed economici del Paese.
Anche le prospettive economiche generali non sono particolarmente positive nei sondaggi recenti: nella rilevazione Korea Gallup del 15-17 settembre, soltanto il 27% degli intervistati pensava che l’economia sarebbe migliorata nei successivi dodici mesi, mentre il 42% prevedeva un peggioramento.
E cosa c’entra l’Iran?
Negli ultimi giorni è emersa anche una questione internazionale che sta creando un nuovo fronte di discussione politica: lo Stretto di Hormuz.
La Corea del Sud dipende fortemente dalle importazioni energetiche e la sicurezza dello Stretto è quindi particolarmente importante per Seoul.
Il dibattito riguarda la possibilità di utilizzare o rafforzare la presenza della Cheonghae Unit, l’unità navale sudcoreana impegnata nella protezione delle navi e dei cittadini coreani all’estero.
Il tema è diventato molto controverso perché un maggiore coinvolgimento potrebbe essere interpretato come una partecipazione al conflitto.
Il 18 settembre Lee ha chiarito che la Corea del Sud non invierà truppe per partecipare direttamente alla guerra, mentre il governo sta valutando misure per proteggere le proprie navi, i cittadini e le rotte commerciali.
La questione è però diventata uno dei dossier più delicati sul tavolo della Presidenza, con pressioni provenienti sia dall’estero sia dall’interno del Paese.
Per questo motivo, collegare automaticamente il calo di popolarità di Lee alla questione dell’Iran sarebbe troppo semplicistico.
I sondaggi indicano soprattutto immobiliare, nomine e gestione politica interna tra le principali ragioni della disapprovazione. Tuttavia, Korea Gallup ha anche indicato l’aumento dei prezzi energetici e l’incertezza internazionale legata, tra le altre cose, alla questione delle operazioni militari all’estero tra i fattori del clima negativo.
Anche il Partito Democratico deve fare i conti con le tensioni interne
Il problema non riguarda soltanto la Presidenza.
Anche all’interno del Partito Democratico sono emerse tensioni dopo l’elezione della nuova leadership.
Secondo un recente sondaggio Realmeter, la popolarità del partito è rimasta superiore a quella del principale partito d’opposizione, ma il consenso è stato influenzato dalle controversie riguardanti alcuni candidati ministeriali, dalle tensioni con il Partito della Riforma di Cho Kuk e da conflitti interni sulla disciplina del partito.
Questo significa che Lee deve gestire contemporaneamente diversi livelli di pressione: il consenso dell’opinione pubblica, le nomine governative, i rapporti con il Parlamento, le tensioni interne alla maggioranza e i rapporti con le istituzioni indipendenti.
Perché se ne parla così tanto proprio adesso?
Il momento è particolarmente importante perché il governo si trova davanti a diversi dossier contemporaneamente.
Da una parte ci sono le questioni interne: casa, economia, nomine e rapporti tra i poteri dello Stato.
Dall’altra ci sono i dossier internazionali: Stretto di Hormuz, sicurezza energetica, rapporti con gli Stati Uniti e situazione in Medio Oriente.
E nel mezzo c’è un presidente che, dopo aver mantenuto per mesi livelli di consenso relativamente elevati, ha visto la propria popolarità scendere rapidamente.
Lee ha scelto di affrontare direttamente la questione, ammettendo pubblicamente le proprie responsabilità e promettendo maggiore ascolto e comunicazione.
Ma il 19 settembre, appena un giorno dopo quella conferenza stampa, è arrivata una nuova dimissione: quella di Kim Seung-won.
È proprio questo a rendere la situazione particolarmente interessante da seguire.
La politica sudcoreana non sta attraversando una sola crisi, ma una fase in cui diversi dossier politici, economici e internazionali si stanno sovrapponendo contemporaneamente.
E nelle prossime settimane sarà interessante vedere come il governo Lee riuscirà a gestire queste pressioni e se riuscirà a recuperare la fiducia persa.
Fonti: