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BTS ancora tirati in ballo nella polemica sulla leva militare: perché il paragone non è così semplice

La vittoria della Corea del Sud nel calcio maschile agli Asian Games di Aichi-Nagoya 2026 avrebbe dovuto essere soprattutto una celebrazione sportiva. La nazionale ha conquistato il quarto titolo consecutivo nella competizione, raggiungendo un risultato storico e permettendo a 20 dei 23 giocatori convocati di beneficiare del sistema di agevolazione previsto per gli atleti che conquistano la medaglia d’oro.

In Corea del Sud, però, la discussione si è rapidamente spostata dal risultato sportivo al servizio militare.

A scatenare le polemiche sono state alcune dichiarazioni rilasciate dai giocatori dopo la vittoria. Tra queste, quella del capitano Lee Ki-hyeok, che ha parlato apertamente del fatto che, senza la vittoria, avrebbe dovuto affrontare il servizio militare. Ancora più discussa è stata la frase «non vado nell’esercito», pronunciata mostrando la medaglia d’oro.

Anche Yang Min-hyeok ha spiegato che il beneficio relativo al servizio militare era stato una delle motivazioni che lo avevano spinto a puntare alla vittoria. A queste dichiarazioni si è aggiunto il caso di Park Seung-soo, che ha pubblicato una fotografia con un cappello associato al congedo.

Il tono di alcune dichiarazioni è stato giudicato inappropriato da parte dell’opinione pubblica, soprattutto perché il servizio militare rappresenta ancora oggi un tema estremamente sensibile nella società sudcoreana.

La vicenda ha quindi superato i confini dello sport ed è entrata nel dibattito politico, riportando al centro dell’attenzione il sistema delle agevolazioni militari concesse agli atleti.

E, ancora una volta, in mezzo alla discussione è comparso il nome dei BTS.

Yang Min-hyeok si scusa: «È stato chiaramente un mio errore»

Prima di arrivare al caso BTS, è importante ricordare che Yang Min-hyeok ha successivamente chiesto scusa per le proprie dichiarazioni.

In un messaggio pubblicato dopo le polemiche, il calciatore ha spiegato di essere sinceramente dispiaciuto per aver deluso o messo a disagio le persone con le sue parole.

Yang ha chiarito che rappresentare la Corea del Sud agli Asian Games aveva per lui un significato enorme e che, come atleta, aveva dato il massimo con l’obiettivo di vincere la medaglia d’oro.

Il riferimento al servizio militare, ha spiegato, voleva indicare semplicemente una delle diverse motivazioni che lo avevano spinto a cercare un risultato ancora migliore. Secondo Yang, però, il messaggio è stato trasmesso in maniera sbagliata.

Ed è proprio su questo punto che il giocatore ha riconosciuto la propria responsabilità.

Ha ammesso che, indipendentemente dalle sue intenzioni, le sue parole avevano fatto apparire come se stesse prendendo alla leggera il significato della vittoria ottenuta con la nazionale. «È stato chiaramente un mio errore», ha riconosciuto.

Yang ha inoltre voluto sottolineare che la medaglia d’oro non era qualcosa che considerava scontato. Al contrario, ha ricordato che il risultato era stato possibile grazie agli sforzi e al sostegno di molte persone.

Infine, ha precisato di non aver mai voluto sminuire il sacrificio di chi sta attualmente svolgendo il servizio militare obbligatorio né quello delle persone che dovranno affrontarlo in futuro.

Ha concluso chiedendo nuovamente scusa e promettendo di dimostrare maggiore responsabilità non soltanto attraverso le parole, ma anche attraverso il proprio comportamento e le proprie prestazioni sul campo.

Le scuse sono un elemento importante per comprendere la vicenda nel suo complesso: la polemica non riguarda quindi soltanto le dichiarazioni iniziali, ma anche il successivo riconoscimento dell’errore da parte del giocatore.

Perché il nome dei BTS è tornato nella discussione

La controversia ha inevitabilmente riaperto un tema che in Corea del Sud viene discusso da anni: chi dovrebbe poter beneficiare di un trattamento speciale rispetto al normale servizio militare?

Attualmente il sistema prevede specifiche agevolazioni per determinati risultati sportivi internazionali. Tra questi rientra la medaglia d’oro agli Asian Games.

Gli atleti che soddisfano i requisiti non vengono semplicemente «esonerati» nel senso comune del termine: ricevono un trattamento previsto dalla normativa, che consente loro di adempiere agli obblighi attraverso modalità differenti rispetto al servizio militare ordinario.

È proprio questa distinzione ad alimentare periodicamente il dibattito.

E in questo dibattito i BTS rappresentano ormai il caso più evidente quando si parla di artisti e di «contributo nazionale».

Il gruppo, infatti, è stato per anni al centro di una discussione sulla possibilità di riconoscere anche agli artisti di fama internazionale una forma di trattamento speciale.

Il motivo era evidente: i BTS avevano raggiunto una dimensione globale senza precedenti per un gruppo sudcoreano, contribuendo enormemente alla diffusione internazionale del K-Pop e, più in generale, dell’immagine della Corea del Sud.

Per questo motivo, per anni, il loro possibile servizio militare è stato oggetto di un intenso dibattito pubblico e politico.

Alla fine, però, nel 2022 arrivò la decisione.

BIGHIT MUSIC annunciò che i membri dei BTS avrebbero adempiuto al servizio militare. Jin fu il primo a iniziare il proprio percorso, seguito successivamente dagli altri membri. RM, V, Jimin e Jung Kook prestarono servizio attivo, mentre SUGA svolse il servizio come social service worker secondo le modalità previste per la sua situazione.

La questione, quindi, non rimase semplicemente una discussione teorica.

I BTS scelsero concretamente di svolgere il servizio militare.

Na Kyung-won chiama direttamente in causa i BTS

È in questo contesto che il nome del gruppo è tornato nella polemica attuale.

La politica sudcoreana Na Kyung-won, esponente del People Power Party, ha citato direttamente i BTS nel discutere il sistema delle agevolazioni.

Il suo ragionamento parte proprio dal concetto di «contributo alla nazione».

Se il sistema riconosce un trattamento speciale agli atleti che ottengono determinati risultati perché considerati rappresentanti della Corea del Sud e contribuiscono alla sua reputazione internazionale, allora diventa inevitabile chiedersi quali altri tipi di contributo possano essere considerati.

Ed è qui che entrano i BTS.

Na Kyung-won ha ricordato che anche il gruppo, pur avendo contribuito enormemente alla diffusione della cultura e dell’immagine della Corea del Sud nel mondo, ha svolto il servizio militare.

Il riferimento è quindi diventato uno degli argomenti utilizzati nel dibattito sulla necessità di riconsiderare il sistema.

Ma questo non significa che i BTS abbiano qualcosa a che fare con le dichiarazioni dei calciatori.

Ed è proprio qui che il paragone diventa più complesso.

La scelta dei BTS non dovrebbe diventare un metro morale

Dire che i BTS hanno svolto il servizio militare è un fatto.

Utilizzare questa scelta come parametro morale per giudicare chiunque altro è invece un’altra cosa.

I membri del gruppo hanno preso una decisione che riguardava la propria situazione. Non hanno mai stabilito che il loro percorso dovesse diventare un modello obbligatorio per tutti gli altri artisti o per gli sportivi.

Il fatto che abbiano scelto di adempiere al servizio militare non significa automaticamente che ogni altra persona che riceve un beneficio previsto dalla legge stia facendo qualcosa di sbagliato.

Se esiste un problema nel sistema delle agevolazioni, allora quel problema deve essere discusso direttamente.

La domanda dovrebbe essere se i criteri attuali siano ancora adeguati nel 2026, non se un atleta abbia fatto una scelta diversa da quella compiuta dai BTS.

BTS e sportivi non sono una competizione

C’è poi un altro aspetto che rischia di perdersi nel dibattito.

La Corea del Sud non deve scegliere tra riconoscere il contributo degli sportivi e riconoscere quello degli artisti.

I due fenomeni possono coesistere.

Gli sportivi che rappresentano la nazionale contribuiscono alla visibilità internazionale del Paese attraverso i risultati agonistici. Gli artisti, invece, possono avere un impatto culturale, economico e internazionale attraverso la musica, il cinema, le serie televisive e altri settori.

I BTS sono un esempio particolarmente evidente di questo secondo tipo di influenza.

Ma proprio per questo sarebbe riduttivo trasformare tutto in una semplice contrapposizione:

BTS contro calciatori.

Non dovrebbe essere una gara su chi abbia fatto di più per la Corea del Sud.

E nemmeno dovrebbe diventare una gara su chi abbia «meritato» maggiormente un trattamento speciale.

La vera questione riguarda le regole.

Il dibattito sulla «promozione nazionale»

Il concetto di «promozione nazionale» è da anni uno degli elementi più controversi della discussione.

Nel caso degli sportivi, esistono criteri relativamente chiari: determinati risultati in competizioni internazionali possono dare accesso al beneficio previsto dalla normativa.

Nel caso degli artisti, invece, il discorso è molto più difficile da definire.

Come si misura il contributo internazionale di un musicista?

Attraverso le vendite?

Attraverso le classifiche?

Attraverso i premi?

Attraverso il numero di concerti?

Attraverso l’impatto economico?

Attraverso il numero di turisti che visitano la Corea dopo essersi avvicinati al Paese grazie alla cultura pop?

È proprio questa difficoltà a rendere il caso BTS così delicato.

Il gruppo ha avuto un impatto internazionale enorme, ma trasformare un concetto così difficile da misurare in un criterio giuridico valido per determinare chi debba o non debba svolgere il servizio militare è tutt’altra questione.

Ed è anche per questo che, alla fine, i BTS hanno scelto di seguire il percorso previsto.

Ma allora perché continuare a citarli?

È comprensibile che il caso BTS venga ricordato quando si parla di questo tema. Il gruppo è stato infatti il principale protagonista del dibattito sulla possibilità di estendere il concetto di «contributo nazionale» al mondo dell’intrattenimento.

Ma una cosa è ricordare il precedente.

Un’altra è utilizzare continuamente i BTS come risposta a ogni nuova polemica sulla leva.

La vicenda degli Asian Games riguarda innanzitutto il comportamento di alcuni giocatori, le loro dichiarazioni e il sistema di agevolazioni previsto dalla legge.

Yang Min-hyeok si è inoltre assunto la responsabilità delle proprie parole e ha chiesto pubblicamente scusa, spiegando che il suo intento non era quello di sminuire il servizio militare o il valore della medaglia conquistata.

Tutto questo dovrebbe essere analizzato separatamente dalla storia dei BTS.

I BTS hanno fatto la loro scelta

Alla fine, il punto più semplice è anche quello che rischia di essere dimenticato.

I BTS hanno avuto per anni la possibilità di essere al centro di una discussione sulla leva militare.

Il loro contributo alla Corea del Sud è stato riconosciuto a livello internazionale e ha alimentato un dibattito senza precedenti sul rapporto tra cultura pop e servizio militare.

Ma quando è arrivato il momento di decidere, il gruppo ha scelto di adempiere al proprio obbligo.

È una scelta che merita rispetto.

Non perché debba essere imposta agli altri.

E nemmeno perché debba diventare un’arma contro chi beneficia di una normativa diversa.

Semplicemente perché è stata la loro scelta.

Per questo, mentre la Corea del Sud continua a discutere del sistema delle agevolazioni militari, forse sarebbe più utile concentrarsi sulle regole e sulla loro eventuale riforma, invece di trasformare ancora una volta i BTS nel termine di paragone.

Il vero interrogativo non dovrebbe essere «perché i BTS hanno fatto il militare e gli sportivi no?».

Dovrebbe essere: il sistema attuale è ancora coerente, equo e sostenibile per la Corea del Sud del 2026?

È questa la domanda che merita una risposta.

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