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“My name”: Intervista esclusiva a Chung Ji-young al FEFF n.28

In “My Name” di Chung Ji-young la memoria storica emerge lentamente attraverso un percorso a ritroso che mette in parallelo i conflitti di oggi con i conflitti del passato.

Jeong-sun è una donna che, dopo aver vissuto il trauma del Jeju 4.3, ha rimosso i ricordi dolorosi. Piano piano, però, ha il coraggio di guardarli in faccia e riappropriarsi della sua storia. Il film riporta a galla le ferite del passato della Corea del Sud, obbliga lo spettatore a guardarle in faccia e a perdonarle nel tentativo di interrompere il ciclo della violenza.

“My Name” mostra come il trauma non resti confinato al passato, ma continui ad abitare il presente di chi lo porta dentro di sé.

Dal punto di vista cinematografico, come si riesce a tradurre questa idea mantenendo l’equilibrio tra la necessità di commemorare una tragedia collettiva, come il massacro di Jeju del 1948, e il rischio di trasformarla in spettacolo?

Quando faccio un film mi pongo sempre queste domande: “Da dove partiamo?” e “Dove dobbiamo arrivare?”. In questo caso dovevo partire dalla Storia e quindi dal passato. Dobbiamo sempre stare attenti a bilanciare questi due piani anche perché quando l’emotività viene rappresentata in maniera eccessiva anche la realtà viene rappresentata in modo sbagliato. Tutto sommato in questo caso il modo in cui ho organizzato i due aspetti è venuto in maniera molto spontanea.

I suoi lavori sono sempre stati molto impegnati a livello politico. Nel corso della sua carriera come è cambiato l’approccio nel rappresentare l’ingiustizia? C’è qualcosa che rende “My Name” un film diverso rispetto ai suoi lavori precedenti?

L’approccio a volte può essere più diretto o meno, come in “My Name”. Quando si guarda al passato bisogna anche guardarlo attraverso gli occhi del presente: nel film, infatti, si alterna il passato dell’isola di Jeju con il presente tramite continui flashback. È come se ci fosse un continuo richiamo tra i due piani della narrazione e della storia.

Quale emozione vorrebbe che lo spettatore provasse una volta uscito dalla sala cinematografica?

Come prima cosa vorrei una liberazione emotiva, una vera e propria catarsi, come superamento del dolore passato e infine il perdono per i torti subiti e quindi la riconciliazione.

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