Il fenomeno del K-Pop ha ormai superato barriere geografiche e generazionali conquistando tutti. Se prima era davvero raro poter assistere al concerto del proprio gruppo preferito, negli ultimi tempi, invece, sono sempre di più gli artisti e le agenzie coreane che scelgono l’Europa per i tour.
Tuttavia, sembra che questa progressiva espansione della musica K-Pop in Occidente sia scesa a compromessi, con brani sempre più occidentalizzati sia nei generi che nei testi, anche a causa delle molteplici collaborazioni con producer o compositori americani o europei.
Quello a cui stiamo assistendo è la progressiva scomparsa della K nel K-Pop, con testi ormai prevalentemente in inglese. Un cambiamento sicuramente favorevole a livello economico, poiché permette agli artisti di arrivare direttamente a un pubblico internazionale più ampio; tuttavia quello che si rischia di perdere è l’essenza culturale insita nel genere.
Uno studio del 2023 pubblicato da Circle Chart ha rivelato che il 41,3% dei testi delle canzoni dei gruppi femminili entrati nella classifica coreana Top 400 conteneva parti in inglese, 19 punti in più rispetto allo stesso studio condotto nel 2018. Un dato che diventa ancora più interessante se si osserva questo fenomeno con un’ottica internazionale. Un recente studio accademico ha analizzato 107 brani di musica popolare coreana entrati nella Billboard Hot 100 tra il 2017 e il 2025, prendendo come riferimento non solo la lingua, ma anche la presenza nei testi di elementi culturali e nazionali. I risultati mostrano, effettivamente, una progressiva de-coreanizzazione: circa due terzi dei brani analizzati e pubblicati tra il 2024 e 2025 non contenevano nessun testo in Hangul. Il rischio è quello di trovarsi ad ascoltare un brano K-Pop senza nemmeno accorgersi che appartiene al genere.
Un esempio emblematico di questa trasformazione è il caso dei BTS che, dopo aver iniziato la propria carriera con brani interamente in coreano, nel 2020 hanno dato una svolta con Dynamite, il loro primo singolo in inglese, seguito da Butter e Permission To Dance nel 2021, raggiungendo un pubblico vastissimo. Il grandissimo successo di questi brani ha mostrato alle agenzie coreane il potenziale di una strategia rivolta direttamente al mercato globale: non era indispensabile, quindi, tradurre il K-Pop o andare alla ricerca di concept innovativi e moderni per attrarre il pubblico occidentale: era possibile, invece, produrre direttamente musica in inglese destinata al mercato globale.
Tuttavia, quello che in molti si chiedono è cosa rende K-Pop il K-Pop: sono i testi in coreano? La presenza di artisti coreani? La produzione da parte di un’agenzia coreana? Oppure la caratteristica che contraddistingue questo genere è insita nel sistema che lo ha prodotto?
Uno studio pubblicato nel 2025 sul Korean Journal of Popular Music mette in discussione l’idea che la K debba per forza rispecchiarsi nell’utilizzo del coreano all’interno dei testi o nell’origine degli artisti. Ciò che rende davvero riconoscibile il K-Pop è il suo particolare modello industriale, caratterizzato da lunghi periodi di training con coach, agenzie, coreografie, grandi produzioni audiovisive, storytelling e concept curati, forti strategie promozionali e un grande ricorso al fanservice da parte degli idol. In quest’ottica, quindi, la K non è destinata a scomparire.
Le visioni su questo tema continuano ad essere molteplici, creando un dibattito tra gli appassionati: in molti sostengono che il K-Pop, essendo riuscito negli anni ad attrarre sempre più fan con i testi in coreano, non avrebbe alcun bisogno di ricorrere alla lingua inglese. Altri, invece, credono che, anche con testi prevalentemente in inglese, il genere sia facilmente riconoscibile grazie alle sue caratteristiche insite. Ad ogni modo, il K-Pop oggi è uno dei generi musicali più influenti ed ascoltati nel panorama musicale.