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“Linka Linka”: il Tibet della GenZ al FánHuā Chinese Film Festival

Siamo stati al FánHuā Chinese Film Festival nella seconda giornata dedicata alle registe donne. Abbiamo visto due film: “The Absent” di Lu Dan e “Linka Linka” di Kangdrun.

Con il suo film d’esordio, la regista tibetana Kangdrun racconta una generazione sospesa tra il desiderio di costruire il proprio futuro e il bisogno di fare i conti con le proprie radici. Attraverso il ritorno a Lhasa di una giovane filmmaker, il passato riaffiora tra ricordi incerti, amicizie ferite e conflitti familiari, mentre il Tibet contemporaneo si mostra lontano dagli stereotipi che spesso lo accompagnano.

Come si racconta un ricordo senza trasformarlo in qualcosa di diverso da ciò che è stato? E quanto possiamo fidarci della nostra memoria quando proviamo a ricostruire un episodio dell’infanzia? Sono alcune delle domande che attraversano Linka Linka, film del 2025 diretto dalla giovane regista tibetana Kangdrun. Al centro della storia c’è Samgyi, una filmmaker che torna a Lhasa dopo aver studiato a Pechino e Shanghai e decide di realizzare un film sulla propria infanzia. Quello che inizia come un progetto cinematografico personale diventa però un percorso più complesso: il confronto con un’amica di un tempo riporta alla luce un episodio doloroso, mentre il rapporto difficile con il padre mette in discussione le sue scelte e il suo modo di guardare al futuro.

Il film intreccia così una vicenda intima con questioni più ampie: la difficoltà di crescere, la distanza tra generazioni, il senso di appartenenza e il modo in cui una comunità cambia insieme alle persone che la abitano. Ma soprattutto, Linka Linka invita a guardare il Tibet attraverso gli occhi dei suoi giovani, raccontando una realtà urbana e contemporanea che raramente trova spazio nelle rappresentazioni più conosciute della regione.

Samgyi torna nella sua città con l’intenzione di trasformare i ricordi in immagini. Il suo film dovrebbe raccontare l’infanzia e il legame con Lhamo, una compagna delle scuole elementari con cui condivide un passato segnato da un episodio rimasto irrisolto. Quando le due si incontrano nuovamente da adulte, però, ciò che Samgyi credeva di ricordare comincia a incrinarsi. La distanza trascorsa tra loro, le esperienze vissute separatamente e le diverse interpretazioni del passato fanno emergere una frattura tra memoria e realtà.

Il cinema diventa allora uno strumento per indagare il passato, ma non necessariamente per ristabilire una verità definitiva. Samgyi è allo stesso tempo protagonista della storia e autrice del film che dovrebbe ricostruirla: il racconto contiene quindi un altro racconto, e lo spettatore è chiamato a interrogarsi su ciò che vede. Quello che appare come un ricordo affidabile può essere incompleto, deformato o condizionato dal senso di colpa.

Kangdrun sceglie una struttura narrativa che alterna tempi e prospettive, evitando una ricostruzione rigidamente lineare. Il passato non è un luogo al quale tornare per trovare risposte già pronte, ma qualcosa che continua a modificarsi nel presente. Ricordare significa anche reinterpretare, selezionare e, talvolta, proteggersi da ciò che non si è ancora pronti ad affrontare. La riconciliazione, suggerisce il film, non coincide necessariamente con la scoperta di una verità assoluta: può iniziare dal riconoscimento del fatto che le persone coinvolte hanno vissuto lo stesso passato in modi differenti.

Il legame tra Samgyi e Lhamo è uno dei nuclei emotivi dell’opera. L’amicizia infantile, con la sua intimità e le sue fragilità, viene osservata attraverso lo sguardo di due donne che nel frattempo sono diventate adulte. Ciò che è accaduto anni prima non è rimasto confinato all’infanzia: continua a influenzare il modo in cui le protagoniste guardano a se stesse e alle altre persone. Accanto alla relazione con l’amica, il rapporto tra Samgyi e suo padre rappresenta un altro punto centrale del film. Lui è un intellettuale rispettato e vorrebbe per la figlia una strada professionale sicura, possibilmente un impiego stabile nella televisione locale. Samgyi, invece, è assorbita dal progetto cinematografico, ma non è del tutto certa della direzione da prendere.

Il contrasto non è soltanto una divergenza tra due caratteri. Riflette una tensione generazionale più ampia: da una parte, il desiderio dei genitori di garantire ai figli stabilità e sicurezza; dall’altra, la necessità dei più giovani di sperimentare, scegliere una strada personale e ridefinire le aspettative ricevute. Samgyi deve trovare una propria voce artistica senza poter ignorare il peso della relazione familiare, mentre il padre è chiamato, implicitamente, a misurarsi con una figlia che non può più essere guidata secondo le stesse coordinate del passato.

La difficoltà di comunicare non nasce necessariamente dall’assenza di amore, ma dal fatto che due generazioni possono attribuire significati diversi alla realizzazione personale. Per i genitori, una vita riuscita può coincidere con la sicurezza; per i figli, può richiedere il rischio di imboccare una strada ancora incerta.

Uno degli aspetti più interessanti di Linka Linka è il modo in cui Kangdrun rappresenta Lhasa. Il cinema ambientato in Tibet viene spesso associato a paesaggi remoti, pastori nomadi, bandiere di preghiera e immagini di una tradizione immutabile. La regista sceglie invece di raccontare una città attraversata dalla modernità, dove i giovani studiano, lavorano, si incontrano e frequentano locali in cui la musica elettronica accompagna le serate.

La Lhasa del film non è una realtà sospesa fuori dal tempo, ma uno spazio urbano in trasformazione. La vita notturna, la moda, le sottoculture giovanili e l’incontro tra musica tradizionale e sonorità contemporanee fanno parte dell’esperienza quotidiana dei personaggi. Il Tibet emerge così non come un luogo da osservare dall’esterno, ma come una società viva, attraversata da desideri, contraddizioni e cambiamenti.

Questa scelta ha anche un significato culturale. Dare spazio ai giovani tibetani significa sottrarli a una rappresentazione riduttiva, nella quale la loro identità sembra definita soltanto dal rapporto con la tradizione. Kangdrun non nega l’importanza delle radici, ma mostra come esse convivano con influenze differenti e con un presente in continua evoluzione.

La regista ha raccontato di essere cresciuta tra culture diverse, dopo aver trascorso parte della propria formazione fuori dal Tibet. Questa esperienza aiuta a comprendere lo sguardo del film: l’identità non è necessariamente una scelta tra appartenenze incompatibili, ma un equilibrio che ciascuno costruisce attraversando ambienti, lingue e modi di vivere differenti.

Il titolo richiama il linka, termine tibetano associato al picnic e agli incontri all’aperto, una pratica che nel film assume un valore sia concreto sia simbolico. I momenti trascorsi insieme durante l’infanzia diventano luoghi della memoria: spazi nei quali le relazioni si sono formate e che continuano a esistere nel ricordo anche quando le persone cambiano e prendono strade differenti.

Per Samgyi, tornare a quei luoghi significa cercare un contatto con la propria storia. Ma il linka non è soltanto un rifugio nostalgico: è anche uno spazio collettivo, nel quale le esperienze individuali si intrecciano con quelle degli altri. Le tradizioni non vengono presentate come elementi immobili da conservare intatti, ma come pratiche che possono accompagnare una comunità mentre questa si trasforma.

Il film ha ricevuto importanti riconoscimenti internazionali: alla 50ª edizione dell’Hong Kong International Film Festival ha ottenuto il Firebird Award nella competizione Young Cinema (Chinese Language) e il premio FIPRESCI. Ha inoltre ricevuto il Premio speciale della giuria nella sezione International New Talent Competition del Taipei Film Festival. La motivazione di quest’ultimo riconoscimento ha sottolineato proprio la capacità del film di intrecciare il passato, la memoria del passato e il presente di Lhasa.

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