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“Hallan”: la forza di un sogno. Intervista esclusiva a Ha Myung-mi al FKFF 2026.

“Hallan” è uno di quei film che lasciano un segno profondo: difficile da dimenticare, capace di toccare corde intime, trasportare indietro nel tempo e commuovere. È un’opera che potremmo definire ‘necessaria’ oltre che significativa.

Abbiamo avuto l’onore di vedere il film alla 24° edizione del Florence Korea Film Fest, alla presenza della regista Ha Myung-mi che ha condiviso con entusiasmo il valore personale del progetto con noi.

La storia si inserisce nel contesto del cosiddetto Jeju 4.3, uno degli episodi più drammatici e complessi della storia coreana contemporanea. Nel secondo dopoguerra, dopo la liberazione dal dominio coloniale giapponese nel 1945, la penisola coreana venne divisa lungo il 38° parallelo sotto l’influenza delle potenze vincitrici: l’UnioneSovietica a nord e gli Stati Uniti a sud.

In questo contesto, nel 1948 furono organizzate elezioni nella part sud della penisola, sotto la supervisione delle Nazioni Unite, con l’obiettivo di costruir un governo autonomo. Questa decisione, però, scatenò forti proteste soprattutto sull’isola di Jeju, dove una larga parte della popolazione era contraria a un voto limitato solo a una parte della penisola. Il timore era che ciò sancisse una divisione irreversibile e la fine del sogno di una Corea unita.

Il 3 aprile 1948, dopo mesi di tensioni, gruppi armati attaccarono postazioni di polizia e strutture governative, dando avvio alla fase insurrezionale. La tensione degenerò rapidamente e gli abitanti dell’isola subirono una repressione brutale: spesso sospettati di simpatie comuniste, culminando in un massacro che costò la vita a 30.000 civili, pari a circa il 10% della popolazione dell’isola. Villaggi incendiati, arresti e persecuzioni segnarono profondamente l’isola di Jeju.

Per decenni il Jeju 4.3 rimase un episodio rimosso o censurato dal discorso pubblico soprattutto durante il periodo autoritario della Corea del Sud. Solo a partire dagli anni ’90 è stato ufficialmente riconosciuto come una strage di Stato, con scuse formali del governo nel 2003 e l’avvio di iniziative commemorative.

All’interno di questo scenario, il film “Hallan” segue la storia di Ah-jin (Kim Hyang-gi), una madre in fuga tra le montagne di Jeju insieme alla figlia di sei anni. Nel tentativo di salvare la figlia, Ah-jin affronta paura e incertezza senza mai perdere la speranza di un futuro normale e pacifico.

L’idea dell’opera nasce da un’esperienza personale della regista, trasferitasi sull’isola di Jeju nel 2013. Partecipando alle commemorazioni del Jeju 4.3 è rimasta profondamente colpita dal dolore ancora vivo tra gli abitanti, decidendo così di trasformare quella memoria in racconto cinematografico. Pur mostrando la violenza del contesto, la narrazione pone al centro soprattutto i legami umani, il desiderio di proteggere chi si ama e l’istinto di sopravvivere emergono con forza, dando alla storia un’intensità emotiva autentica.

La regista Ha Myung-mi ha scelto un finale aperto per il film, lasciando allo spettatore la libertà di immaginare il destino delle protagoniste perché al tempo stesso voleva alludere a ciò che sarebbe accaduto da lì a poco e alle violenze future della guerra delle due Coree.

Il film ricorda come la divisione della penisola lungo il 38° parallelo non sia stata solo una decisione geopolitica, ma una frattura umana profonda: famiglie separate, relazioni spezzate, ferite che ancora oggi non si sono rimarginate. Ha Myung-mi ha espresso anche la preoccupazione che le nuove generazioni, cresciute nel benessere della Corea del Sud contemporanea, possano perdere il legame con questo passato e con il sogno di unità dei loro nonni. Per questo ha scelto di non indugiare troppo sulla violenza visiva, redendo l’opera accessibile anche a un pubblico più giovane, affinché anche loro possano conoscere e ricordare questo accaduto.

La regista ha confermato di aver creato un parallelismo tra la madre Ah-jin e la madre patria. Ah-jin è una madre che, anche quando tutto crolla, non smette mai di proteggere, cercare, sperare. La sua resistenza non è eroica in senso classico, ma profondamente umano: fatta di paura, sacrificio e amore incondizionato. È proprio qui che vediamo il legame simbolico: la Corea è simile a lei, una “nazione” spezzata, costretta a separarsi, ma che conserva ancora, come una madre, il desiderio di riunire ciò che è stato diviso. La sofferenza delle famiglie separate, delle vite interrotte, diventa allora la sofferenza stessa della “madre patria”.

La natura, essa stessa madre, osserva inerme questo disastro offrendo la fioritura delle orchidee selvatiche come monito di speranza e resistenza. In coreano “hallan” indica proprio un’orchidea selvatica tipica dell’isola di Jeju, nota per essere rara e resistente. Nel film il fiore è usato come simbolo di forza, della sopravvivenza e della protezione, proprio come Ah-jin.

Il memoriale del Jeju 4.3. sull'Isola di Jeju
Il memoriale del Jeju 4.3 sull’Isola di Jeju

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