Il cinema coreano vive un momento apparentemente paradossale: mentre continua a godere di una reputazione internazionale senza precedenti, l’industria nazionale attraversa una delle crisi più profonde degli ultimi anni. È questo il messaggio emerso dall’incontro tra il presidente sudcoreano Lee Jae Myung e alcuni dei principali protagonisti del cinema e della televisione coreani, organizzato lunedì alla Fondation Maeght di Saint-Paul-de-Vence, nel sud della Francia, alla vigilia del Lumière Summit.
All’incontro hanno partecipato, tra gli altri, il regista Lee Chang-dong e gli attori Sul Kyung-gu e Jeon Do-yeon, arrivati direttamente dalla Mostra del Cinema di Venezia, dove il loro film Possible Love era stato presentato in concorso il giorno precedente. Presenti anche la regista Jung July e l’attrice Kim Do-yeon, legate al film Dora, presentato a Cannes, e Kim Min-young, responsabile dei contenuti Asia-Pacifico di Netflix.

Il vertice si inserisce nella crescente attenzione del governo sudcoreano nei confronti dell’industria audiovisiva. Da quando è entrato in carica, Lee Jae Myung ha indicato il cinema come una delle priorità della propria agenda, aumentando di oltre l’80% il budget annuale destinato al sostegno cinematografico e introducendo per due volte iniziative di biglietti a prezzo ridotto nel tentativo di riportare il pubblico nelle sale.
Il presidente ha ribadito la volontà di continuare a sostenere il settore, soprattutto dando maggiori opportunità ai nuovi talenti e alle produzioni più fragili. Secondo Lee, i grandi progetti commerciali possono trovare finanziamenti presso gli investitori internazionali, mentre lo Stato dovrebbe intervenire soprattutto a sostegno delle produzioni locali di dimensioni ridotte: dalla scrittura alla produzione e distribuzione, fino alla promozione internazionale del cinema indipendente e d’autore.
È proprio su questo punto che è intervenuto Lee Chang-dong, uno dei più importanti registi coreani contemporanei, autore di Burning, vincitore del premio della critica a Cannes nel 2018. Il suo ultimo film, Possible Love, arriva dopo otto anni di assenza e, prima dell’intervento di Netflix, aveva incontrato difficoltà nel trovare finanziamenti in Corea del Sud. Secondo il regista, la situazione dell’industria è molto più grave di quanto possa suggerire il prestigio internazionale raggiunto dal cinema coreano. «In superficie sembra che stiamo vivendo i risultati più spettacolari che abbiamo mai ottenuto», ha osservato Lee Chang-dong. Ma dietro questa immagine di successo, ha aggiunto, «è già in corso una crisi strutturale».
È questa forse la contraddizione più evidente del momento: la Corea del Sud è riuscita a trasformare il proprio cinema in un fenomeno globale, ma non è ancora riuscita a costruire una struttura industriale altrettanto solida e sostenibile.
I dati confermano le preoccupazioni del regista. Il 2025 è stato uno degli anni peggiori per il cinema sudcoreano: la contrazione dei finanziamenti e la difficoltà nel riportare gli spettatori nelle sale hanno provocato un forte rallentamento della produzione. I film con budget superiori ai 3 miliardi di won sono stati meno di 20, contro circa 100 prodotti soltanto pochi anni prima.
Anche il mercato cinematografico fatica a recuperare i livelli precedenti alla pandemia. Secondo i dati del Korean Film Council, nel 2024 gli incassi al botteghino rappresentavano appena il 53% del livello del 2019. Un dato nettamente inferiore rispetto alla ripresa registrata negli Stati Uniti e nel Regno Unito, dove il recupero ha raggiunto il 70-80%, e in Francia, arrivata invece quasi ai livelli pre-pandemia.

Nel 2026 la situazione ha mostrato alcuni segnali di miglioramento: gli incassi del primo semestre sono cresciuti del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Tuttavia, gran parte della crescita è stata determinata dal successo eccezionale di un solo titolo, il film storico The King’s Warden. Un risultato che, secondo il quadro emerso dall’incontro, non è sufficiente a indicare una vera ripresa strutturale dell’intero settore.
Per Lee Chang-dong, una possibile soluzione potrebbe arrivare proprio dalla Francia. Il regista ha indicato come modello il sistema SOFICA, attraverso il quale gli investitori privati ricevono agevolazioni fiscali per destinare capitali alla produzione cinematografica. Il meccanismo permette di indirizzare risorse soprattutto verso film più piccoli e registi esordienti. Dal 1985, il programma francese ha contribuito al finanziamento di circa 3.500 film e produzioni televisive.
Il riferimento alla Francia non è casuale. La collaborazione tra i due Paesi è destinata infatti a rafforzarsi: durante l’incontro, Lee Jae Myung ed Emmanuel Macron hanno annunciato un fondo congiunto per cinema e televisione, attraverso il quale Corea del Sud e Francia investiranno ciascuna 500 milioni di euro nei cinque anni a partire dal 2027. L’obiettivo è rafforzare la cooperazione tra due industrie che, pur con caratteristiche molto diverse, condividono una forte presenza sulla scena internazionale. Ma per la Corea del Sud la sfida non riguarda soltanto la capacità di esportare i propri contenuti: riguarda soprattutto la possibilità di creare le condizioni perché quei contenuti continuino a nascere.
La regista Jung July, il cui Dora è una coproduzione tra Corea del Sud, Francia e Lussemburgo, ha sottolineato a sua volta le difficoltà incontrate dalle produzioni più piccole nel reperire finanziamenti. Durante l’incontro ha inoltre sollevato una questione sempre più urgente per il settore: l’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro dei creatori. La regista ha chiesto al presidente di organizzare un ulteriore confronto sul tema, proposta accolta da Lee.

La crisi del cinema sudcoreano, dunque, non sembra essere una crisi di talento né di riconoscimento internazionale. È soprattutto una crisi di sostenibilità. Il paradosso è che proprio mentre il mondo guarda alla Corea del Sud come a una delle grandi potenze globali dell’audiovisivo, molti dei suoi registi e produttori faticano a trovare le risorse necessarie per realizzare i film.
Ed è forse questo il messaggio più importante emerso dall’incontro di Saint-Paul-de-Vence: per continuare a essere una potenza cinematografica globale, la Corea del Sud dovrà prima di tutto riuscire a proteggere e rafforzare l’ecosistema che permette al suo cinema di esistere.