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Hong Young A a Milano: quando l’amore per una madre diventa anche il desiderio di fuggire

Il rapporto tra madre e figlio, il significato di un finale aperto e una città che continua a vivere senza accorgersi della sofferenza degli altri. A Milano, la regista coreana Hong Young A ha raccontato il suo cinema in un incontro con Luca Cusani e Stefano Locati.

Quanto può essere difficile amare qualcuno quando quel sentimento diventa anche una responsabilità dalla quale non possiamo sottrarci? È una delle domande che attraversano Sogno ad occhi aperti (Daydreaming), il cortometraggio della regista sudcoreana Hong Young A, presentato durante un incontro a Milano il 31 ottobre. Un’opera che affronta la demenza e il rapporto tra madre e figlio senza cercare di commuovere a tutti i costi, ma mostrando qualcosa di molto più difficile da ammettere: si può amare profondamente una persona e, allo stesso tempo, desiderare di allontanarsi da lei.

La storia segue un uomo che, durante la pandemia, si ritrova a dover assistere la madre anziana mentre continua a lavorare come corriere. Il suo camion diventa così uno spazio condiviso, dove il bisogno di indipendenza si scontra continuamente con il dovere di prendersi cura di qualcuno. Durante l’incontro, Hong Young A ha raccontato di riconoscere personalmente questa contraddizione. Pur vivendo lontano dalla propria famiglia ed essendo economicamente indipendente, sente che il legame con la madre continua a far parte della sua identità. Per spiegarsi, ha richiamato persino la separazione biblica dell’essere umano da Dio: crescere significa allontanarsi dalle proprie origini, senza però riuscire a cancellarle completamente.

È proprio questa ambivalenza a rendere il film così umano. Il figlio non è un eroe disposto a sacrificare tutto, né una persona egoista perché desidera la propria libertà. È semplicemente qualcuno che prova amore, stanchezza e frustrazione, talvolta nello stesso momento.

Uno degli interventi più interessanti è arrivato da Stefano Locati, docente dell’Università IULM, che ha sottolineato la delicatezza con cui la regista costruisce il rapporto tra i protagonisti attraverso piccoli gesti. In particolare, ha richiamato l’attenzione sul finale aperto e sul significato del campanello, inizialmente utilizzato dalla madre nei confronti del figlio e successivamente dal figlio nei confronti della madre. Uno scambio apparentemente semplice, ma capace di raccontare quanto i ruoli all’interno di una relazione possano cambiare. Chi ha bisogno di essere ascoltato? Chi dipende davvero dall’altro? Il film non offre risposte definitive e forse è proprio questo il suo punto di forza. I rapporti familiari non si risolvono sempre con una riconciliazione o una separazione: a volte continuano a esistere in una condizione di affetto e insofferenza che nessuno dei due riesce completamente a superare.

La stessa Hong Young A ha condiviso un dettaglio sorprendente sul proprio processo creativo. Nel film compare una scena in cui la madre danza da sola, un momento che la regista aveva fortemente voluto pur senza riuscire inizialmente a spiegarne il motivo. Soltanto dopo un confronto con alcune giovani intervistatrici ha trovato una possibile interpretazione: in quella danza, la donna sembra incontrare il proprio Dio, ritagliandosi un momento di pace che appartiene soltanto a lei. È una lettura particolarmente bella perché, per un istante, ci permette di vedere la madre non attraverso gli occhi del figlio o della malattia, ma come una persona che possiede ancora un mondo interiore tutto suo.

Anche le scelte visive raccontano questa sensibilità. La regista ha spiegato di aver utilizzato consapevolmente il giallo delle spighe di riso e il blu del camion per costruire un’atmosfera quasi fiabesca, attribuendo grande importanza anche al ritmo, ai silenzi e ai tempi degli attori. Una ricerca che Hong ha riconosciuto, seppure in una forma differente, anche in Miracolo a Milano Est, il documentario di Luca Cusani, il cui andamento le ha ricordato il movimento delle onde.

Ma è soprattutto il rapporto con la città a creare uno dei collegamenti più interessanti tra le due opere. In una scena di Sogno ad occhi aperti, il figlio scende dal camion e tenta disperatamente di urlare, senza riuscirci. Alle sue spalle, le automobili continuano a passare e le luci degli edifici rimangono accese. Hong ha confermato che quella contrapposizione era intenzionale: voleva mostrare una sofferenza che si consuma in mezzo alla vita di tutti, senza che nessuno se ne accorga. Non è una solitudine confinata in un luogo lontano, ma qualcosa che potrebbe esistere proprio accanto a noi.

Da qui il dialogo si è allargato al cinema italiano e coreano. Cusani ha ricordato come il neorealismo e la commedia all’italiana fossero capaci di raccontare problemi sociali complessi attraverso storie coinvolgenti, una capacità che, a suo parere, il nostro cinema ha in parte smarrito. La Corea del Sud, invece, continua a dimostrare quanto intrattenimento e critica sociale possano convivere, come testimoniano opere quali Parasite e Squid Game. Anche il piccolo film di Hong Young A, lontano dalla spettacolarità di questi titoli, affronta questioni che riguardano entrambe le società: l’invecchiamento, la fragilità dei sistemi di assistenza e il peso della cura sulle famiglie.

L’incontro milanese ha mostrato soprattutto quanto due cinematografie culturalmente distanti possano riconoscersi negli stessi sentimenti. Da una parte una madre e un figlio che cercano di sopravvivere alla propria quotidianità, dall’altra una comunità che prova a ritrovarsi durante l’isolamento della pandemia.

E forse il significato più profondo di Sogno ad occhi aperti si trova proprio in quella tensione che il film sceglie di non risolvere. A volte amare qualcuno non significa sapere come restargli accanto, ma continuare a cercare un modo per farlo, anche quando una parte di noi vorrebbe andare via.

È un sentimento difficile da raccontare senza giudicare. Hong Young A è riuscita a trasformarlo in cinema.