Mentre il bilancio del devastante disastro naturale che ha colpito la regione himalayana continua ad aggravarsi, la squadra di risposta rapida inviata dal governo sudcoreano ha ufficialmente avviato una drammatica operazione di ricerca via terra per tentare di rintracciare nove cittadini sudcoreani spazzati via dalle colate di fango e dalla furia del fiume Trishuli.
I nove dispersi, sei dipendenti del colosso industriale Doosan Enerbility e tre funzionari della Korea South-East Power, si trovavano al lavoro nel cantiere del monumentale progetto idroelettrico Upper Trishuli-1, situato nel distretto settentrionale di Rasuwa al confine con la Cina. Mercoledì scorso, una serie di piogge torrenziali ha scatenato inondazioni senza precedenti e colossali frane che hanno letteralmente travolto l’intera infrastruttura, spazzando via gli alloggi degli operai, gli uffici centrali e i ponti di collegamento.

Dopo giorni di snervante stallo dovuti al maltempo estremo e alle severe restrizioni dello spazio aereo, la svolta nelle operazioni è arrivata nella giornata di lunedì 31 agosto. Approfittando di una temporanea schiarita, un primo elicottero privato noleggiato da Doosan Enerbility è riuscito a decollare per perlustrare la diga a monte dove lavorava uno dei dispersi, per poi muoversi verso valle.
Poco dopo, anche un secondo velivolo di Stato inviato da Seul, con a bordo funzionari del Ministero degli Esteri ed esperti della National Fire Agency, ha preso il volo per sorvolare le aree critiche di Dhunche e la centrale elettrica principale.
Nonostante la ripresa dei sorvoli dopo 48 ore di blocco totale, la distruzione capillare delle infrastrutture viarie e dei ponti ha reso le perlustrazioni aeree insufficienti. Per questa ragione, la task force sudcoreana ha deciso di tentare una manovra ad alto rischio avanzando a piedi tra le rovine.
I soccorritori hanno formato una squadra d’assalto terrestre diretta verso la zona montuosa di Ramche, situata ad appena un chilometro dall’epicentro del disastro, con l’obiettivo di allestire un campo base provvisorio sul posto e raccogliere le testimonianze dei superstiti nepalesi per ricostruire gli ultimi spostamenti dei dispersi.
Sullo sfondo della tragedia resta una complessa tensione diplomatica tra Seul e Kathmandu. Il governo del Nepal ha infatti limitato l’accesso ai contingenti stranieri, preferendo affidare i soccorsi principalmente alle proprie forze armate per evitare il caos logistico verificatosi durante il devastante terremoto del 2015.
Nonostante migliaia di cittadini nepalesi risultino ancora dispersi in tutto il Paese, le autorità di Kathmandu hanno comunque acconsentito a concentrare parte dei propri mezzi nell’area della centrale, mentre la diplomazia sudcoreana spinge senza sosta per ottenere l’autorizzazione a schierare droni ad alta precisione e velivoli militari d’emergenza già pronti al decollo a Seul.
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