E se il tempo trascorso ad aspettare qualcuno fosse, in realtà, tempo passato insieme a quella persona? È da questa domanda, apparentemente semplice ma profondamente emotiva, che passa una parte importante dell’universo narrativo di Kim Bo-young.
La scrittrice sudcoreana è arrivata a Milano venerdì 11 settembre per incontrare i lettori alla Feltrinelli di Piazza Piemonte, in un appuntamento organizzato da Feltrinelli Editore e condotto in dialogo con la scrittrice Nicoletta Vallorani. Un incontro dedicato alla sua scrittura, alla fantascienza e soprattutto al suo nuovo libro, un’opera difficile da incasellare in un unico genere perché capace di mettere insieme viaggi nel tempo, amore, filosofia e riflessioni sulla società.
Ma dietro una delle storie più romantiche del volume c’è un’origine ancora più particolare.
Tutto è iniziato da una proposta di matrimonio
La prima parte del libro non era stata pensata inizialmente per essere pubblicata.
Kim Bo-young ha raccontato di aver scritto la storia per un’amica che stava per sposarsi. L’idea era quella di creare qualcosa che potesse essere letto durante la proposta di matrimonio, immaginando uno sposo davanti alla propria futura moglie.
Da qui nasce la struttura epistolare della storia.
Lui racconta, lei ascolta. I due innamorati si cercano attraverso lo spazio e attraverso il tempo, ma continuano a non riuscire a incontrarsi nel posto giusto al momento giusto. Quindici lettere per ciascuna delle due parti costruiscono così una relazione fatta soprattutto di distanza e attesa.
E c’è un dettaglio che rende il progetto ancora più particolare: la futura sposa non compare davvero nella storia fino alla fine.
Perché il vero finale, in realtà, non è scritto nel libro.
Kim Bo-young ha immaginato che, una volta terminata la lettura, lo sposo chiudesse il volume e rivolgesse finalmente alla sua fidanzata la domanda decisiva: vuoi sposarmi?
È quello il finale che l’autrice aveva in mente. La storia pubblicata, quindi, si ferma proprio prima.
Quella prima parte era stata scritta per l’amica. La seconda, invece, non era stata commissionata: Kim Bo-young ha deciso di scriverla successivamente come ulteriore regalo per la sposa e, prima della pubblicazione, gliel’ha fatta leggere.
Un libro nato dunque da un gesto privato, quasi intimo, che con il tempo ha trovato una nuova vita anche per i lettori.
Due innamorati che continuano a perdersi nel tempo
La particolarità della storia è che i protagonisti non sono semplicemente separati dalla distanza.
Sono separati dal tempo.
Grazie a una tecnologia estremamente avanzata, i due possono spostarsi attraverso lo spazio e le epoche, ma ogni viaggio sembra portarli ancora una volta fuori sincronia.
Quando uno arriva, l’altra è già partita. Quando lei torna, lui non è più lì.
E così quello che potrebbe essere un classico viaggio fantascientifico diventa soprattutto una storia sull’impossibilità di incontrare la persona amata nel momento giusto.
È qui che entra in gioco uno dei concetti più importanti per Kim Bo-young: l’attesa.

“Aspettare qualcuno significa amare quella persona”
Durante l’incontro milanese, l’autrice ha spiegato che il tema dell’attesa è legato anche a un evento che ha segnato profondamente la società sudcoreana: il disastro del Sewol del 2014.
Dopo il naufragio del traghetto, moltissime famiglie aspettarono per ore e giorni notizie sui propri figli. Molti di quei ragazzi non sarebbero mai tornati.
Kim Bo-young ha raccontato di essersi chiesta che cosa significasse continuare ad aspettare una persona che forse non avrebbe mai fatto ritorno.
Da quella riflessione è nata una conclusione molto personale: il tempo trascorso ad aspettare qualcuno non è tempo vuoto.
È tempo dedicato a quella persona. È tempo in cui continuiamo ad amarla.
E proprio per questo, nel suo romanzo, l’attesa non è semplicemente una conseguenza della distanza. Diventa una forma di presenza.
Una Terra che cambia ogni volta che tornano
I viaggi dei protagonisti non riguardano soltanto loro.
Ogni volta che tornano sulla Terra, il pianeta che avevano lasciato non esiste più nello stesso modo. Il paesaggio cambia, la società cambia e ciò che sembrava stabile si trasforma.
La distruzione dell’ambiente diventa così anche il riflesso di una società in trasformazione.
Kim Bo-young ha però precisato che, quando scriveva questa storia, non stava pensando esclusivamente alla crisi climatica.
Il suo pensiero era rivolto soprattutto alla società coreana e alla sensazione che, in alcuni momenti, invece di andare avanti, potesse addirittura tornare indietro.
Da qui nasce una delle immagini più forti evocate durante l’incontro: per costruire qualcosa possono servire cento o duecento anni, mentre per distruggerlo può bastare un giorno.
La fantascienza diventa quindi un modo per parlare del presente senza doverlo raccontare direttamente.
La Corea entra inevitabilmente nelle sue storie
Quanto c’è della storia e della politica della Corea del Sud nei romanzi di Kim Bo-young?
La risposta dell’autrice è stata molto semplice: inevitabilmente, molto.
La storia del Paese, le sue trasformazioni e il contesto sociale fanno parte della sua vita e, di conseguenza, entrano anche nel suo modo di pensare e scrivere.
Non necessariamente come commento politico diretto, ma attraverso i personaggi e i mondi che costruisce.
È anche per questo che le sue storie possono sembrare lontanissime dalla realtà, ambientate in universi futuri o attraversate da tecnologie impossibili, e allo stesso tempo parlare di qualcosa di estremamente concreto.

La scienza non vince sull’amore
Nel mondo di Kim Bo-young, scienza e amore sembrano inizialmente appartenere a due dimensioni opposte.
Da una parte c’è la tecnologia, la possibilità di attraversare il tempo e di superare i limiti fisici dell’essere umano. Dall’altra ci sono sentimenti che non possono essere spiegati attraverso una formula.
Ma per l’autrice non esiste una vera contrapposizione. Scienza e amore fanno entrambe parte della nostra vita. Nessuna delle due deve necessariamente vincere.
Lo stesso vale per la scienza e l’immaginazione. La scienza definisce ciò che è possibile, mentre l’immaginazione permette di concepire nuove possibilità.
Ed è probabilmente proprio in questo spazio tra ciò che sappiamo e ciò che possiamo ancora immaginare che Kim Bo-young costruisce le sue storie.
Un libro che sembra un puzzle
Il volume presentato a Milano non segue una struttura tradizionale.
Le prime due parti sono costruite attraverso le lettere dei due protagonisti. La terza, In viaggio verso il futuro, cambia completamente registro e assume la forma di un romanzo breve diviso in quattro parti.
L’autrice ha spiegato di aver utilizzato una struttura vicina a quella cinematografica, con un inizio, uno sviluppo, un climax e una conclusione.
Anche gli ideogrammi che introducono le diverse sezioni hanno un ruolo nella costruzione del percorso narrativo. Il risultato è un libro che non procede necessariamente in linea retta, ma chiede al lettore di ricomporre i pezzi.
Un po’ come il tempo raccontato nelle sue pagine.
Dal tempo lineare al tempo circolare
Durante la conversazione è emerso anche il confronto con la fantascienza occidentale e con H. G. Wells, uno dei primi grandi autori a trasformare il viaggio nel tempo in un elemento centrale della narrativa fantastica.
Kim Bo-young conosce naturalmente il lavoro di Wells, ma il suo approccio è differente.
Nella tradizione occidentale il tempo viene spesso immaginato come una linea: passato, presente, futuro.
Nei suoi racconti, invece, il tempo può assumere una forma circolare. Si torna indietro, si ritorna sulla Terra, si incontrano epoche differenti e si osservano trasformazioni che sembrano impossibili da comprendere dal punto di vista di una sola vita.
È una delle caratteristiche che rendono la sua fantascienza così particolare: prende elementi familiari al genere e li attraversa con una sensibilità profondamente legata alla cultura e alla storia coreana.
Quando pensi di aver finito, può ricominciare tutto
La parte finale dell’incontro ha portato Kim Bo-young a parlare anche del proprio rapporto con la scrittura.
In viaggio verso il futuro è stato scritto in un momento in cui l’autrice pensava di non voler più scrivere romanzi.
La storia, proprio come il mondo che racconta, sembrava dirigersi verso una conclusione definitiva. Eppure, arrivata alla fine, Kim Bo-young ha scoperto qualcosa di inaspettato: la fine non era davvero la fine.
Quando pensava di aver chiuso tutto, qualcosa di nuovo era appena iniziato.
Anche la sua esperienza personale entra così nella struttura del racconto. La possibilità di ricominciare diventa parte della storia stessa.
È un tema che ritorna anche in un altro suo lavoro, nato invece durante l’adolescenza, un periodo che l’autrice ha ricordato come particolarmente difficile e nel quale pensava spesso alla morte.
Guardare oggi quella versione più giovane di sé significa riconoscere quel dolore senza cancellarlo. Continuare a vivere, per Kim Bo-young, non significa dimenticare ciò che è stato.
Significa portarlo con sé.
Una fantascienza che parla prima di tutto di noi
Alla fine dell’incontro, la fantascienza di Kim Bo-young appare molto meno distante di quanto potrebbe sembrare.
Ci sono viaggi nel tempo, tecnologie impossibili, universi lontani e società trasformate, ma al centro rimangono sempre questioni profondamente umane.
Quanto siamo disposti ad aspettare qualcuno? Che cosa resta di noi quando il mondo cambia? Possiamo davvero separarci dal nostro passato? E soprattutto, se il tempo non fosse una linea ma un cerchio, quante volte avremmo ancora la possibilità di tornare indietro e ricominciare?
Forse è proprio questa la forza della scrittura di Kim Bo-young: utilizzare la fantascienza non per allontanarsi dalla realtà, ma per guardarla meglio.
E raccontare, attraverso il futuro, qualcosa che riguarda molto da vicino il nostro presente.