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The Assassin(s), il film che ha riaperto la guerra sulla memoria della Corea

La pellicola di Hur Jin-ho sull’attentato del 1974 contro Park Chung-hee divide il Paese. Le accuse di distorsione storica, la denuncia alla polizia, il boicottaggio degli attori, le proteste e le cancellazioni al Busan International Film Festival. Fino alla rinuncia della produzione: «Una decisione presa per la sicurezza di tutti»

Ci sono film che raccontano la storia e film che finiscono per diventare essi stessi un episodio della storia che raccontano. The Assassin(s), il nuovo thriller di Hur Jin-ho interpretato da Yoo Hae-jin, Park Hae-il e Lee Min-ho, appartiene ormai alla seconda categoria.

Uscito nelle sale sudcoreane il 23 settembre, il film aveva tutte le caratteristiche per essere uno dei grandi titoli della stagione cinematografica di Chuseok. È una produzione importante, affidata a uno dei registi più riconosciuti del cinema coreano, con un cast di primo piano e una vicenda capace di toccare una delle ferite più sensibili della storia politica nazionale: la morte di Yuk Young-soo, moglie dell’allora presidente Park Chung-hee, uccisa il 15 agosto 1974 durante una cerimonia per la Giornata della Liberazione.

Nei primi giorni il pubblico ha risposto. The Assassin(s) ha conquistato la vetta del box office e durante le festività di Chuseok ha attirato circa 1,4 milioni di spettatori. Il 29 settembre, tuttavia, il film ha perso per la prima volta il primo posto, superato da Tazza: Song of Beelzebub. Un dato che, da solo, non consente di stabilire alcun rapporto tra la controversia e l’andamento commerciale, ma che fotografa il momento esatto in cui il film ha smesso di essere soltanto un successo cinematografico per trasformarsi in un caso nazionale.

Il 15 agosto 1974

Per comprendere ciò che sta accadendo oggi bisogna tornare a Seoul, al 15 agosto 1974. Durante una cerimonia al National Theater, Moon Se-kwang aprì il fuoco nel tentativo di colpire Park Chung-hee. Il presidente non venne raggiunto dai proiettili, ma sua moglie Yuk Young-soo fu ferita mortalmente. Moon venne successivamente indicato dalle autorità come responsabile dell’attacco e fu giustiziato nel dicembre dello stesso anno.

È su questo episodio che Hur Jin-ho costruisce il suo film. Ma il regista non racconta semplicemente la vicenda dell’attentatore e delle sue vittime. La pellicola segue un’indagine che cerca di ricostruire ciò che è avvenuto dietro l’attentato e, soprattutto, lascia emergere interrogativi sulle circostanze dell’operazione e sulla possibilità che Moon Se-kwang non abbia agito completamente da solo.

È questo il punto che ha fatto esplodere la controversia.

Nel film viene infatti presa in considerazione anche la possibilità di un coinvolgimento di ambienti vicini al potere, compresa la presidenza o la KCIA, l’apparato di intelligence sudcoreano dell’epoca. Il film non identifica esplicitamente Park Chung-hee come mandante dell’uccisione della moglie e la produzione nega di aver presentato una simile conclusione come verità storica. Ma per i suoi critici il semplice fatto di portare sullo schermo questa ipotesi, all’interno di un racconto ispirato a un evento reale, produce comunque un effetto di riscrittura della memoria nazionale.

La storia diventa politica

La reazione più dura è arrivata dall’area conservatrice sudcoreana. Esponenti del People Power Party hanno accusato il film di alimentare una teoria secondo cui l’attentato potrebbe essere stato organizzato dall’interno del potere presidenziale. La Park Chung-hee Memorial Foundation ha espresso «profondo rammarico» per quella che considera una distorsione di una tragedia storica e ha chiesto alla produzione di presentare le proprie scuse e di interrompere le proiezioni.

La questione non riguarda quindi soltanto il modo in cui un film interpreta un episodio del passato. Riguarda chi abbia il diritto di raccontare quel passato e fino a che punto una ricostruzione cinematografica possa introdurre ipotesi che non coincidono con la versione storica ufficialmente consolidata.

La produzione ha risposto sostenendo esattamente il contrario. The Assassin(s), ha spiegato il team creativo, è un’opera cinematografica costruita attraverso materiali documentari e ricerca storica, ma anche attraverso gli strumenti propri della fiction. Le ipotesi formulate nel corso della storia appartengono ai personaggi e alla narrazione e non devono essere interpretate come nuove conclusioni storiche.

Il regista Hur Jin-ho ha successivamente spiegato di essere rimasto sorpreso dall’intensità della reazione. In un’intervista ha ricordato che il progetto era stato ispirato anche da un documentario storico di MBC e ha respinto l’interpretazione secondo cui il film avrebbe sostenuto che Park Chung-hee fosse responsabile della morte della moglie. Ha inoltre sottolineato la difficoltà della situazione per gli attori coinvolti.

Quando la controversia esce dalla sala

Il problema è che, nel giro di pochi giorni, la discussione sul film ha smesso di riguardare esclusivamente la sua accuratezza storica.

Gli attori sono diventati parte del conflitto.

Sui social sono comparse liste di persone accusate di aver sostenuto il film, partecipato alle sue anteprime o consigliato la visione. Anche alcuni professionisti che avevano semplicemente pubblicato una recensione sono stati coinvolti nella controversia. La pressione ha raggiunto persino figure che non fanno parte del cast: alcuni YouTuber hanno rimosso recensioni o video dedicati alla pellicola, mentre altri hanno dovuto spiegare pubblicamente la propria posizione.

Tra i nomi finiti sotto pressione c’è anche Lee Young-ae. L’attrice aveva lasciato un commento positivo sul film e, dopo l’esplosione della controversia, il suo account Instagram è stato raggiunto da numerosi commenti critici. La circostanza mostra quanto il perimetro della polemica si sia ormai allargato: non è più sufficiente aver lavorato al film. Anche una semplice manifestazione pubblica di apprezzamento può diventare motivo di contestazione.

Nel caso di Yoo Hae-jin, la situazione ha assunto una dimensione ancora più delicata.

Dalla critica alla protesta davanti alla casa di Yoo Hae-jin

Il 2 ottobre Yonhap ha riferito che il gruppo conservatore New Freedom Solidarity ha presentato alla polizia una richiesta per organizzare proteste quotidiane davanti alla casa dell’attore, a Seoul, a partire dal 3 ottobre e fino alla fine del mese.

Secondo la documentazione depositata, la manifestazione dovrebbe tenersi ogni giorno alle 16.30. Il leader dell’organizzazione, Kim Sang-jin, ha dichiarato che l’obiettivo è protestare contro l’attore e contro la produzione del film e ha chiesto pubblicamente che Yoo Hae-jin partecipi anche a film considerati politicamente di destra, in nome di un presunto equilibrio.

La notizia ha suscitato ulteriore attenzione perché sui social sono state diffuse anche immagini riconducibili alla residenza dell’attore. In un post, lo stesso organizzatore ha scritto che, qualora l’agenzia decidesse di trasferire Yoo Hae-jin, avrebbe mostrato pubblicamente quello che ha definito il suo «allontanamento» dalla casa.

È un passaggio significativo. La discussione sulla ricostruzione di un evento del 1974 arriva così alla dimensione privata di un attore che, nel film, interpreta uno dei protagonisti dell’indagine.

La denuncia contro il regista e i produttori

Il 29 settembre la controversia ha assunto anche una dimensione giudiziaria. Un ex consigliere comunale di Seoul appartenente al People Power Party ha presentato una denuncia alla polizia contro il CEO di Hive Media Corp Kim Won-guk, il regista Hur Jin-ho e gli sceneggiatori Kwon Ki-jun e Lee Ji-min.

La contestazione riguarda la rappresentazione dell’attentato del 1974 e la possibilità che il film abbia diffuso una ricostruzione ritenuta falsa o diffamatoria.

È importante distinguere, anche in questo caso, tra una denuncia e un accertamento giudiziario: la presentazione di un esposto non stabilisce che le accuse siano fondate e non equivale a una condanna. Ma il passaggio è indicativo della trasformazione del caso. Una discussione nata al cinema è ormai entrata nelle istituzioni e nella sfera politica.

Il fronte del presunto capitale cinese

Come se la controversia storica non fosse sufficiente, nei giorni successivi è comparato un secondo fronte: quello dei presunti finanziamenti cinesi.

Anche questa accusa è stata respinta dalla produzione. Hive Media Corp ha negato che The Assassin(s) sia stato realizzato con capitale cinese e ha sostenuto che il film sia stato prodotto con capitali domestici e sotto la guida di professionisti coreani.

La questione è particolarmente sensibile perché in Corea del Sud il tema degli investimenti stranieri, e in particolare di quelli cinesi, può assumere rapidamente una dimensione politica. Ma anche qui è necessario distinguere tra un’accusa diffusa nello spazio pubblico e un fatto accertato: la società produttrice nega la presenza di capitale cinese nella produzione.

Busan diventa il punto di rottura

La vicenda arriva quindi al Busan International Film Festival, il più importante festival cinematografico della Corea del Sud.

Il primo segnale arriva il 1° ottobre, quando il festival comunica la cancellazione di Actors House: Lee Min-ho, l’incontro pubblico con l’attore previsto per il 7 ottobre. La comunicazione parla di «circostanze inevitabili», senza fornire una motivazione specifica.

Lee Min-ho è uno dei protagonisti di The Assassin(s) e la cancellazione arriva mentre la polemica sul film è nel pieno della sua escalation. Il BIFF, tuttavia, non ha dichiarato ufficialmente che l’evento sia stato cancellato a causa della controversia.

Nel frattempo era previsto anche un Outdoor Stage Greeting dedicato al film, con la partecipazione del regista Hur Jin-ho e degli attori Yoo Hae-jin, Park Hae-il e Lee Min-ho.

La mattina del 2 ottobre la situazione cambia nuovamente.

Hive Media Corp annuncia che The Assassin(s) non parteciperà alla cerimonia di apertura del festival e che sarà cancellato anche l’Outdoor Stage Greeting previsto per il 7 ottobre. La motivazione fornita dalla società è la sicurezza del pubblico e degli ospiti e la volontà di permettere al festival di svolgersi regolarmente.

Non è quindi corretto parlare di un’esclusione del film da parte del BIFF. La decisione è stata comunicata dalla produzione, che ha scelto di rinunciare agli appuntamenti ufficiali dopo aver valutato la situazione. Il festival ha confermato di rispettare la decisione.

Il risultato, tuttavia, è senza precedenti per la vicenda: Lee Min-ho non terrà il suo incontro pubblico e nessuno degli appuntamenti ufficiali previsti per The Assassin(s) al BIFF si svolgerà.

Anche una proiezione pubblica viene cancellata

Busan aveva già dovuto fare i conti con un’altra cancellazione.

La Busan Film Commission aveva programmato una proiezione pubblica gratuita di The Assassin(s). L’evento è stato successivamente annullato nel pieno dell’escalation delle polemiche.

Anche in questo caso, il significato va letto con attenzione. Non si tratta di un divieto nazionale e il film continua a essere distribuito nelle sale. Ma è un altro appuntamento pubblico che scompare dal calendario mentre il dibattito sulla pellicola diventa sempre più acceso.

In pochi giorni, dunque, il film ha perso progressivamente alcuni degli spazi più importanti della propria promozione: prima l’incontro personale di Lee Min-ho, poi la proiezione pubblica, infine gli eventi ufficiali del film al BIFF.

Il successo al cinema non cancella la crisi

Tutto questo avviene mentre The Assassin(s) continua a registrare numeri importanti nelle sale.

Il film ha guidato il box office nei primi giorni di programmazione e ha attirato circa 1,4 milioni di spettatori durante il periodo di Chuseok. Il 29 settembre ha però perso la prima posizione, con 67.406 spettatori contro i 68.913 di Tazza: Song of Beelzebub.

Non sarebbe corretto attribuire automaticamente quel risultato alla controversia. Il mercato cinematografico è influenzato da molti fattori e un singolo giorno non consente di misurare l’effetto di una polemica sul pubblico.

Ma il dato racconta comunque una contraddizione interessante: mentre il film continua a trovare spettatori, la sua presenza nello spazio pubblico diventa sempre più difficile.

Una vecchia ferita della Corea

È forse questo il punto più importante per comprendere la forza della reazione.

La storia contemporanea sudcoreana è attraversata da eventi che continuano a dividere il Paese: la dittatura militare, la repressione politica, gli attentati, le lotte democratiche, il rapporto con la Corea del Nord e la figura di Park Chung-hee, che occupa ancora oggi un posto profondamente controverso nella memoria nazionale.

Il cinema coreano ha più volte affrontato questa storia. Film come 12.12: The Day hanno dimostrato quanto una pellicola possa riportare nel dibattito pubblico eventi che sembravano appartenere al passato. Il problema diventa particolarmente sensibile quando i protagonisti sono persone realmente esistite e quando la distanza temporale non è sufficiente a trasformare la memoria in materia puramente accademica.

Nel caso di The Assassin(s), la questione è ancora più delicata perché il film non pretende semplicemente di raccontare ciò che è già noto. Costruisce la propria tensione drammatica proprio intorno a ciò che non sarebbe stato chiarito.

Ed è su quel margine, tra ciò che è documentato e ciò che il cinema immagina, che si è aperta la frattura.

La domanda che rimane

La controversia non ha prodotto, almeno per ora, una risposta condivisa sulla ricostruzione proposta dal film.

Ha prodotto qualcosa di diverso: un enorme conflitto su chi possa raccontare la storia, su quale sia il limite della libertà artistica quando si parla di persone realmente esistite e su quanto la politica possa intervenire nella circolazione di un’opera cinematografica.

I critici di The Assassin(s) sostengono che il film oltrepassi quel limite introducendo ipotesi prive di adeguato fondamento storico. La produzione sostiene invece di aver realizzato una fiction ispirata a materiali storici senza pretendere di sostituirsi alla storiografia. Il dibattito politico riflette questa divisione, mentre le autorità devono ora confrontarsi anche con le conseguenze concrete della protesta.

Nel frattempo gli attori si trovano in una posizione che non avevano necessariamente scelto: chiamati a rispondere di un’interpretazione storica che appartiene al film, trasformati in bersagli del dibattito e, nel caso di Yoo Hae-jin, persino al centro di una protesta annunciata davanti alla sua abitazione.

È questo il punto in cui una controversia cinematografica cambia natura.

Si può discutere un film. Si può contestarne la ricostruzione storica. Si può scrivere che una determinata interpretazione è infondata, parziale o politicamente orientata. Ma quando la contestazione comincia a seguire gli attori fuori dalla sala cinematografica, quando vengono pubblicate informazioni sulla loro vita privata e quando un festival deve cancellare eventi per ragioni di sicurezza, la questione non riguarda più soltanto il diritto di criticare un’opera.

Riguarda il modo in cui una società gestisce il proprio passato quando quel passato torna a essere materia di racconto.

The Assassin(s) non è stato ritirato dalle sale. Non è stato formalmente vietato. E non è stato escluso dal Busan International Film Festival da una decisione di censura annunciata dal festival. È la produzione ad avere scelto di cancellare gli eventi di Busan, citando la sicurezza.

Ma il fatto rimane: un film che avrebbe dovuto arrivare al BIFF accompagnato dai suoi protagonisti e dal suo regista arriverà invece attraverso un’assenza.

La pellicola continua a essere proiettata. La denuncia è ancora una denuncia. Le accuse rimangono contestate. La discussione storica non è stata risolta.

E proprio per questo la vicenda è tutt’altro che conclusa.

Perché in Corea del Sud The Assassin(s) non sta più combattendo soltanto per il proprio posto nelle sale cinematografiche. Sta entrando nel terreno molto più vasto e molto più difficile della memoria nazionale, dove una domanda sul passato può diventare, ancora oggi, una questione del presente.

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