L’incontro organizzato dall’Istituto Culturale Coreano di Roma il 23 settembre, prende il via da una riflessione interessante. Fino a qualche anno fa il mercato cinematografico più grande era quello di Hollywood, ad oggi il pubblico si sta sempre più appassionando alle produzioni coreane. Il 23 settembre a raccontare il retroscena del K-drama “Dear X” di fronte al pubblico italiano c’erano i due registi coinvolti nella realizzazione: Lee Eung-bok e Park So-hyeon.
Prima ancora di parlare di “Dear X”, però, c’è una domanda personale, cosa li ha portati a diventare registi?
Lee Eung-bok ammette di non ricordare esattamente quando abbia iniziato a immaginare quel percorso. Ricorda però un momento preciso della sua infanzia, aveva dieci anni quando entrò in un cinema e vide un film che lo appassionò talmente tanto da portarlo sulla strada della regia.
Il percorso di Park So-hyeon è invece legato al mondo dei K-drama. Prima di trasformare quella passione in un lavoro, era semplicemente una spettatrice accanita, guardava continuamente drama coreani, anche quando avrebbe dovuto fare tutt’altro. Studiare, per esempio.
La presenza dei due registi a Roma assume poi un significato speciale quando si parla dell’Italia. Lee Eung-bok racconta di essere già stato nel nostro Paese prima dell’inizio delle riprese di “Dear X” alla ricerca di ispirazione. Essere tornato in Italia proprio per presentare il risultato di quel progetto rende quindi l’appuntamento romano ancora più significativo.
Anche Park So-hyeon è arrivata in Italia con uno sguardo rivolto a progetti futuri. Sta infatti lavorando a un nuovo K-drama e questo viaggio rappresenta anche un’occasione per raccogliere nuove idee. Non esclude, quindi, che l’Italia si possa vedere nelle scene dei prossimi lavori.
Dopo la proiezione del primo episodio di Dear X, arriva inevitabilmente la domanda su cosa ne pensino i suoi stessi registi?
Lee Eung-bok, però, sceglie di non rispondere. Dopo aver visto il primo episodio insieme al pubblico italiano, preferisce lasciare spazio agli spettatori. Non vuole spiegare loro come interpretare ciò che hanno appena visto, ma sapere cosa hanno provato.
È una scelta che di non porre i creatori al centro ma lascia spazio alla storia per trasmettere emozioni. E in “Dear X” le emozioni sono state importanti in ogni momento della produzione. Parlando delle riprese, infatti, Lee Eung-bok racconta quanto fosse importante creare un rapporto autentico con gli attori anche fuori dal set. Il cast e la troupe hanno cercato di trascorrere del tempo insieme anche lontano dalle telecamere, attraverso viaggi, incontri e serate passate a bere e parlare.
L’obiettivo era avvicinarsi gli uni agli altri per riuscire poi a trasmettere quelle emozioni davanti alla macchina da presa. “Ho pianto più volte durante le riprese”, racconta Lee parlando della propria esperienza sul set.
Park So-hyeon sottolinea invece quanto il lavoro sia stato emotivamente impegnativo per tutto il team. Già dal primo episodio, spiega, è possibile intuire quanto le emozioni siano centrali nella storia. Ma proprio quella difficoltà ha contribuito a creare un legame particolare tra le persone coinvolte nel progetto.
La domanda torna quindi al pubblico. Perché sono proprio i K-drama che piacciono così tanto?
Lee Eung-bok individua una possibile risposta nel modo in cui le produzioni coreane rappresentano l’amore con una certa leggerezza, capace di renderlo accessibile e coinvolgente. Ma ancora una volta il regista preferisce non dare una risposta definitiva riproponendo la domanda al pubblico.
Park So-hyeon prova invece a guardare la questione da un’altra prospettiva. La società coreana, spiega, è fortemente influenzata dal confucianesimo e da rapporti sociali e gerarchici molto strutturati. Rappresentare questi rapporti all’interno di una storia richiede inevitabilmente tempo. Ed è proprio quella che agli occhi occidentali potrebbe sembrare una certa lentezza narrativa a diventare, forse, uno degli elementi più affascinanti.
Il discorso si sposta poi su Dear X e sul webtoon da cui la serie è tratta. Adattare una storia già esistente significa inevitabilmente trovare un equilibrio tra fedeltà e libertà creativa.
Nel caso di Dear X, questo equilibrio è stato facilitato dalla partecipazione dell’autore del webtoon alla stesura della sceneggiatura. Per questo, almeno nella prima parte, le differenze rispetto all’opera originale non sono particolarmente marcate. Ma il passaggio da webtoon a drama porta con sé una difficoltà fondamentale. Secondo i registi “Il webtoon può permettersi di essere ripetitivo, il drama no”.
E la difficoltà aumenta quando il webtoon è già molto popolare. In quel caso, spiega Lee Eung-bok, si lavora anche con le aspettative di una fanbase che conosce e ama già quei personaggi e vorrebbe vedere sullo schermo quello che trova nel webtoon. Lo stesso regista ha affrontato una situazione simile con “Sweet Home”, altro suo progetto nato da un webtoon. La differenza, però, è che in quel caso l’autore dell’opera originale non partecipò alla stesura della sceneggiatura.
Il principio con cui lui lavora rimane comunque lo stesso a prescindere dal coinvolgimento o meno dell’autore: rispettare l’opera originale senza perdere ciò che l’ha resa speciale.
L’appuntamento con Lee Eung-bok e Park So-hyeon ha offerto così uno sguardo non soltanto sul dietro le quinte di Dear X, ma anche sul processo creativo che accompagna la realizzazione di un K-drama.
Dall’ispirazione, passando per le difficoltà dell’adattamento, fino alle ragioni che hanno contribuito alla diffusione internazionale delle serie coreane, il talk show ha permesso al pubblico di conoscere più da vicino il lavoro che si nasconde dietro le storie che oggi conquistano spettatori in tutto il mondo.
