Che cosa significa essere umani? Come si affrontano il dolore, la perdita e la consapevolezza della morte? Sono alcune delle domande che attraversano il lavoro di JH, fumettista sudcoreano che, attraverso opere come The Horizon e Ho qualcosa da dirvi (GAIJIN), ha costruito un linguaggio narrativo capace di affrontare temi profondi con uno stile essenziale e fortemente emotivo.
Durante l’intervista al Lucca Comics & Games, l’autore ha parlato della nascita di The Horizon, opera del 2016 che ha ricevuto anche il riconoscimento internazionale dello Yellow Kid. Il punto di partenza non è stato tanto la volontà di realizzare una storia post-apocalittica, quanto il desiderio di rappresentare determinate emozioni umane. JH ha cercato lo scenario più adatto a dare forma a quei sentimenti e lo ha trovato in un mondo devastato, attraversato da due bambini costretti a proseguire il proprio cammino in un ambiente ostile.
La scelta di protagonisti così giovani è tutt’altro che casuale. Secondo l’autore, tutti siamo stati bambini e possiamo quindi riconoscerci più facilmente nelle loro esperienze. Anche l’assenza di nomi propri, sostituiti semplicemente dalle definizioni di bambino e bambina, contribuisce a rendere i personaggi universali. I più piccoli, inoltre, non hanno ancora sviluppato tutti i filtri degli adulti e possono esprimere le emozioni in modo più diretto. È attraverso i loro occhi che il lettore è invitato a interrogarsi sulla sofferenza, sulla vita e sulla morte.

Tra le ispirazioni di The Horizon JH ha citato anche The Road, il romanzo di Cormac McCarthy, ma ha spiegato che il genere post-apocalittico è arrivato soltanto dopo aver individuato il nucleo emotivo della storia. Anche il titolo racchiude una precisa scelta simbolica: l’orizzonte che incontra il mare segna il punto in cui la strada percorsa dai protagonisti si interrompe. Allo stesso tempo, la linea che separa cielo e acqua diventa un invito a guardare oltre, a interrogarsi su ciò che non conosciamo e sulle possibilità che ci attendono.
Un altro tema centrale della conversazione è stato il rapporto tra fumetto cartaceo e webtoon. Nonostante abbia lavorato a lungo con il formato digitale, JH ha confessato di preferire la carta, che considera una forma d’arte capace di sfruttare anche la composizione orizzontale e le doppie pagine per creare maggiore intensità visiva ed emotiva. Il formato verticale dei webtoon, pensato per la lettura attraverso lo scorrimento dello schermo, impone invece un ritmo differente e spesso più rapido. Anche il colore cambia le possibilità espressive: mentre il digitale offre maggiore libertà cromatica, l’autore continua a trovare nel bianco e nero una forza particolare, tanto da averlo scelto per la sua opera più recente, Yuge.

Il titolo di quest’ultimo lavoro rimanda all’ombelico e alla cicatrice che accompagna ogni essere umano dalla nascita. JH parte dal significato del cordone ombelicale, attraverso il quale riceviamo nutrimento dalla madre: quando si spezza, lasciamo il primo legame che ci ha tenuti in vita e cominciamo il nostro percorso autonomo. L’ombelico diventa così una ferita che è stata prima di tutto origine della vita, ma anche una metafora della condizione umana. Da quel momento, spiega l’autore, iniziamo un cammino segnato da sofferenze e difficoltà, che continuiamo ad affrontare perché crediamo sempre in qualcosa.
La conversazione ha toccato anche il percorso personale e professionale di JH. Ho qualcosa da dirvi è nato quando frequentava il liceo, come progetto per il diploma, ed è stato successivamente ripreso e ampliato. Già allora l’autore voleva indagare il modo in cui i figli affrontano la morte di un genitore o di una persona cara. Guardando oggi ai suoi primi lavori, non sente grandi rimpianti: riconosce piuttosto di aver imparato, con l’esperienza, a comprendere meglio le caratteristiche narrative del webtoon e le differenze rispetto alla pagina stampata.
Tra le soddisfazioni più recenti c’è il premio Yellow Kid, assegnato a The Horizon. JH ha raccontato di essere rimasto sorpreso dal riconoscimento, soprattutto per l’accoglienza ricevuta in Europa e in particolare in Italia. L’incontro con i lettori italiani gli ha dato nuova fiducia nel proprio lavoro, aiutandolo a superare alcune insicurezze e a guardare con maggiore speranza al futuro.

Non è mancato un passaggio sulla diffusione internazionale della cultura coreana, la cosiddetta Korean Wave. JH ha spiegato di non considerare il fatto che un’opera sia coreana il suo elemento più importante: ciò che conta davvero è che vengano conosciuti e apprezzati lavori di qualità, capaci di mettere in connessione gli esseri umani, indipendentemente dalla loro provenienza. Un pensiero che si accompagna alla sua riflessione sulla censura, che considera un limite alla libertà espressiva degli autori e alla possibilità dei lettori di entrare pienamente in contatto con le emozioni e il significato di un’opera.
Dalla strada senza fine di The Horizon alla cicatrice simbolica di Yuge, il lavoro di JH sembra tornare sempre alla stessa domanda: che cosa ci rende umani? La sua risposta non passa attraverso spiegazioni semplici, ma attraverso personaggi, immagini e storie che invitano a fermarsi, osservare e riflettere. Perché, come emerge dalla nostra conversazione, il fumetto non è soltanto un mezzo per raccontare una storia: può diventare uno spazio in cui riconoscere le esperienze che ci accomunano.
Foto: TGKWorld e Alessio Giubba @alex_frames